NON È DA QUESTI PARTICOLARI CHE SI GIUDICA UN GIOCATORE. MA UN UOMO SÌ

PERCHÉ LA CITTADINANZA A SINISA MIHAJLOVIC È UNA PESSIMA IDEA

di Irene Moretti

Il 15 gennaio del 2000, nella hall dell’Hotel Intercontinental di Belgrado, Željko Ražnatović veniva freddato con diversi colpi di pistola alla nuca. Il giorno dopo, sulla stampa nazionale serba, veniva pubblicato un accorato necrologio a firma Siniša Mihajlović, allora difensore della SS Lazio. 

A qualcuno questo incipit potrà sembrare il semplice racconto di come un calciatore famoso, a fronte dell’omicidio di un amico, decise di rendergli omaggio, affidando le sue parole di stima alla stampa.

Per chi invece conserva ancora memoria del terribile conflitto che investì i Balcani negli anni Novanta, la storia si fa più complessa e il nome Željko Ražnatović rimanda precisamente ad alcune delle pagine più oscure di quel conflitto.  

Željko Ražnatović, infatti, è quella Tigre Arkan alla quale la curva della Lazio decise di rendere onore in uno degli striscioni più discussi della storia del calcio italiano (Onore alla tigre Arkan, ndr) e che, forse per la prima volta, aprì un dibattito – alimentato dalle voci di sdegno dell’attaccante croato Alen Bokšić e dall’allora presidente biancoceleste Cragnotti –  sulle commistioni tra calcio, curve e destra estrema. 

LA TIGRE ARKAN

Željko Ražnatović, la Tigre Arkan: classe 1952, già negli anni Ottanta è nella lista dei principali ricercati dall’Interpol, sia per rapine a mano armata (in Svezia, Olanda e Paesi Bassi. In Italia, sconta una pena a San Vittore per una serie di rapine compiute negli anni Settanta), sia per le sue attività connesse ai servizi segreti dell’ex Jugoslavia, attività legate soprattutto alle rappresaglie contro gli esuli. Ancora a fine anni Ottanta, Ražnatović diventa esponente di spicco prima e capo ultras poi della curva di una delle due squadre di calcio di Belgrado, la Stella Rossa. Dopo l’arresto, avvenuto a Dvor/Una – oggi Croazia – per traffico d’armi e con la guerra ormai alle porte, l’ascesa di Arkan diventa inarrestabile, partendo proprio dagli spalti dello stadio Marakana dove riesce a unificare le diverse fazioni di tifosi a supporto di Slobodan Milošević. Con lo scoppio della guerra, nel 1991, il tifo organizzato diventa milizia volontaria e, nell’autunno dello stesso anno, Arkan è al comando di diverse migliaia di uomini: sono la Guardia Volontaria Serba, le Tigri di Arkan.

 

LO SCOPPIO DELLA GUERRA E I GENOCIDI

Dal 1991 al 1995, Arkan e le sue Tigri furono sempre in prima linea nel portare avanti la pulizia etnica ai danni di musulmani, bosniaci, croati e kosovari, per difendere l’idea della “Grande Serbia”. Per comprendere fino a che punto Arkan fosse coinvolto nel genocidio balcano basta ricordare qualche data: aprile 1992, 400 morti; 2 maggio 1992, 600 morti a Brčko; maggio 1992, viene costruito il campo di concentramento di Luka-Brčko (il direttore è un fedelissimo di Arkan) e davanti alla moschea di Glogovac, Kosovo, vengono uccisi 40 uomini;  24 maggio 1992 a Prijedor, Hambarine, Kozarac, Tokovi, Rakovčani, Ćela e Rizvanovići 20mila persone vengono trucidate dalle truppe di Arkan (comprese donne e bambini, con due fosse comuni scoperte nel 1997); febbraio e marzo 1993, massacro di Cerska, 700 morti; 11 giugno 1995, le truppe di Arkan accorrono in aiuto Ratko Mladić a Srebrenica: i morti saranno oltre 8000. Durante la guerra in Bosnia (1991-1995, anno dell’accordo di Dayton) le milizie di Arkan si rendono responsabili dei massacri a Banja Luka, Sanski Most e Prijedor.

 

LA TIGRE, IL NAZIONALISMO E IL GIOCATORE (ORA ALLENATORE)

Che c’entra tutto questo con Siniša Mihajlović? Tutto. 

Il mancino serbo non solo vergò il necrologio di Arkan dopo la sua morte, definendolo «Un eroe per il popolo serbo», ma probabilmente fu anche il committente dello striscione della vergogna, ipotesi questa suffragata dalla testimonianza di alcuni tifosi e dalle sue stesse parole ai tempi in cui sedeva sulla panchina del Milan. 

Committenza vera o presunta, Siniša Mihajlović non ha mai rinnegato il suo attaccamento alla Tigre Arkan e non ha mai fatto mistero delle sue idee nazionaliste, arrivando anche a negare l’indipendenza del Kosovo. 

Non solo le simpatie per Arkan, ma anche quelle per Slobodan Milošević, nei confronti del quale, intervistato dal CorSera nel 2009, in occasione dell’intervento Nato in Kosovo, disse: «So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta. Ci ho parlato tre-quattro volte [con Milosevic, ndr]. Aveva una mia maglietta della Stella Rossa di Belgrado e mi diceva: Sinisa se tutti i serbi fossero come te ci sarebbero meno problemi in questa terra».

 

IL PROBLEMA SINISA

A sollevare il “Problema Mihajlović“ è stato Adriano Sofri, dalle pagine del Foglio e da quelle dell’edizione fiorentina della Repubblica, ai tempi in cui il serbo fu chiamato a sostituire Cesare Prandelli sulla panchina dei Viola: «Delle sue opinioni, direte, chi se ne frega: dopotutto deve fare l’allenatore di calcio, non il militante politico. Be’, non esattamente. Lui ha usato e abusato del suo ruolo sportivo per esaltare le sue opinioni, e poiché i suoi idoli erano Arkan e le tigri serbiste e le loro imprese criminali, mi sembra difficile che ideali simili non influiscano sul modo di considerare l’agonismo sportivo e la formazione dei campioni a lui affidati». L’intervento di Sofri scatenò un dibattito con Andrea Di Caro, allora al Corriere Fiorentino e oggi vicedirettore di Gazzetta dello Sport, che potete leggere qui.

 

NON SOLO NAZIONALISMO

Il “Problema Mihajlović“ non riguarda solo le idee, ma anche le azioni. 

Era ancora un giocatore della Lazio quando, il 7 novembre del 2003, si beccò 8 giornate di squalifica e oltre 12mila euro di multa per aver scalciato e sputato contro il giocatore rumeno Adrian Mutu durante Lazio-Chelsea, in Champions: in quella occasione venne riconosciuta anche l’aggravante per recidività. Tre anni prima, ancora con la maglia della Lazio, nella partita contro l’Arsenal del 17 ottobre del 2000, apostrofò il francese Patrick Vieira con «Nero di merda». Successivamente, dichiarò di non pentirsi di quella frase, ma rispedì al mittente le accuse di razzismo.

Appese le scarpette al chiodo, la musica non è cambiata: è il 2012 e durante il suo incarico da commissario tecnico della Serbia esclude Adem Ljajić per il suo rifiuto di cantare l’inno nazionale: l’ex viola e granata è di origine bosniaca e di fede musulmana.

 

LA PANCHINA DEL BOLOGNA E LA MALATTIA

Dopo una prima esperienza fallimentare nel 2009 sulla panchina dei rossoblù, Mihajlović torna a sedersi al Dall’Ara il 28 gennaio 2019. Il ritorno del serbo al timone della squadra suscita, già un anno fa, qualche polemica tra alcune frange della tifoseria felsinea, non incline a perdonare al tecnico le sue simpatie nazionaliste, venendo sopprannominato “Nazisa”. Parte della curva rossoblù non perdona all’allenatore le sue simpatie nemmeno dopo che il 13 luglio 2019, a seguito dell’outing subito dal giornalista sportivo Zazzaroni in barba a ogni regola deontologica sul suo stato di salute, comunica di essere affetto da leucemia acuta. Dopo 44 giorni di ricovero, il 25 agosto, torna sulla panchina per la gara d’esordio contro l’Hellas Verona.

 

PERCHÉ LA CITTADINANZA ONORARIA BOLOGNESE È UNA PESSIMA IDEA

Se dopo essere arrivat* fin qui ancora vi state chiedendo perché  il conferimento della cittadinanza onoraria a Mihajlović, soprattutto a Bologna, sia una pessima idea, abbiamo un problema. E forse il problema va esteso a tutto il consiglio comunale – eccezion fatta per Emily Clancy, Amelia Frascaroli e Addolorata Palumbo – e a chi ha avanzato questa proposta. 

Nessun* vuole togliere a Siniša Mihajlović la sua dignità di uomo che affronta una malattia terribile. Non possiamo però accettare che una città come Bologna, medaglia d’oro della Resistenza, possa chiudere così tanti occhi su un passato e un presente che lo stesso Mihajlović non ha mai rinnegato. 

Questa onorificenza ha il sapore di una doppia beffa, non solo per la  brutta notizia del prolungamento della carcerazione di Patrick Zaky, al quale, nonostante le belle parole della maggioranza, non è stata conferita la stessa onorificenza dell’allenatore del Bologna, ma anche e soprattutto a pochi giorni dal quarantesimo anniversario della strage di matrice fascista del 2 agosto alla stazione di Bologna. 

È una beffa sentire chi, anche nella maggioranza, cerca di giustificare le idee politiche di Siniša Mihajlović arroccandosi dietro ai «bisogna contestualizzare».

Se il personale è politico, anche il politico è personale, e questo è il caso di Siniša Mihajlović: malattia a parte, l’uomo Siniša non può essere scisso dalle sue idee

E se De Gregori cantava che non è da questi particolari che si giudica un giocatore – in questo caso un allenatore – occorre dirlo e occorre farlo in maniera ferma: invece sì, è proprio da questi particolari che si giudica un uomo. 

Indipendentemente dai colori che indossa. 

 

Foto da Il Tirreno

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