Il 3 maggio è la giornata mondiale della libertà di stampa. Per ricordare i giornalisti uccisi per mano della  mafia e del terrorismo La Falla ha intervistato tre componenti della Fondazione Fava: la presidente Francesca Andreozzi, nonché nipote del giornalista, il responsabile dell’archivio e genero di Fava, Giuseppe Andreozzi e Massimiliano Perna, giornalista e membro del C.d.A della Fondazione. 

Giuseppe Fava era un giornalista e intellettuale siciliano ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984. Con la sua attività ha reso noto il sistema di potere mafioso che opera su Catania, rompendo il tabù che voleva e in parte ancora vuole la mafia non abbia diritto di cittadinanza nella costa orientale dell’isola. E soprattutto ha descritto e spiegato la trasformazione che ha condotto dalla vecchia struttura locale all’organizzazione economica  basata sul traffico di droga e i legami politici, formatasi a inizio anni ‘80. Ѐ stato direttore del Giornale del sud e  di I Siciliani, di cui era anche fondatore: due esempi di giornalismo coraggioso, d’inchiesta e votato all’impegno etico e civile. 

I giornalisti uccisi per mano della mafia sono 9 –  di cui 8 solo in Sicilia – oltre a tutte le altre vittime tra operatori e operatrici della giustizia e civili. Cosa vuol dire fare antimafia in una regione così? E quale significato ha assunto oggi, quando si fa più fatica a percepire la concretezza del fenomeno mafioso? Qual è il valore che assume il lavoro culturale e l’educazione alla legalità di una fondazione come la vostra? 

F.A.: Preferisco usare l’espressione lotta alla mafia perché esprime meglio un senso d’impegno costante e diretto. Quella di “antimafia” invece è stata abusata e svuotata di senso, limitata al momento celebrativo, entro il quale le istituzioni l’esauriscono, come testimoniano tra l’altro l’articolo di Fava sui funerali di Stato e il recente appello del figlio Claudio in veste di presidente della commissione antimafia dell’assemblea regionale siciliana. Per questo, nelle scuole puntiamo a un percorso articolato che cominci prima dell’incontro stesso – per esempio con la visione del film Prima che la notte (2018) e la lettura di Lezione sulla mafia (Fondazione Fava 2017) – e strutturi invece quel momento come confronto e dibattito su come in concreto si traducono il concetto di giustizia sociale e di schiena dritta, per aprirsi infine – allargando lo sguardo – allo sviluppo di progetti sui luoghi e le trasformazioni della mafia al giorno d’oggi.

G.A.: Esatto, io intendo la lotta alla mafia come un processo sul lungo periodo, e la consapevolezza di non poter assistere personalmente al momento della sua fine non mi esime dall’impegno, che io concepisco come atto collettivo e cura di un bene comune.

M.P.: La lotta alla mafia è un esercizio di memoria e come in ogni esercizio ci vuole allenamento. Questo consiste nelle piccole scelte quotidiane, soprattutto se ci riguardano personalmente e sono scomode. 

Cosa rappresenta ancora oggi la figura di Pippo Fava per la Sicilia e l’Italia? E quindi, l’importanza di trasmetterne la memoria attraverso l’allestimento dell’archivio?

G.A.: Partiamo dall’idea che Giuseppe Fava non è stato solo un giornalista ma un intellettuale a tutto tondo, uno dei più importanti della seconda metà del novecento meridionale e italiano a detta di certa critica, e con la conferma dei vari premi di cui è stato insignito. Nell’opera di riordino delle carte mi sono imbattuto in una triade che attraversava trasversalmente tutti i suoi linguaggi artistici fin dall’esordio (in archivio la serie Prime stesure): miseria, paura e sopraffazione. Questa triade, per me spiega la motivazione e la spinta alla base dell’intera opera di Giuseppe Fava, riassumibile nell’aggettivo “etico”.

Il nostro archivio è ora parzialmente online ed è già stato consultato anche dall’estero per motivi di ricerca e tesi. 

Luciano Mirone nel suo libro Gli insabbiati (Castelvecchi 2008) sottolinea la gravità di un dato come quello del numero di giornalisti morti in una sola regione; quelli uccisi in Italia sono stati in totale 12 e quasi tutti negli anni della strategia della tensione, con indagini inquinate e impossibilità di giungere alla verità e ottenere giustizia. Questi numeri fotografano un atteggiamento di mal sopportazione della libertà giornalistica e scarsa garanzia del diritto all’informazione, soprattutto in anni in cui era la stessa stabilità democratica a essere in crisi e ridursi a un dato formale. Cosa ci dice questo sul ruolo del giornalismo in Italia? E quale deve essere la sua posizione all’interno degli equilibri di uno Stato? 

M.P.: Se si parla di un vero e proprio «caso Italia»[1] non ci si deve stupire: ci comunica l’incapacità del giornalismo italiano di sganciarsi dal potere, evidenziando la forte connessione che esiste tra la tutela della libertà di stampa e il sistema democratico di questo Paese. In contesti esteri il giornalismo occupa posizioni di rilievo negli equilibri di uno Stato, in Italia, invece, è nella maggior parte dei casi una forza miserabile e funzionale al potere. Ѐ sempre mancato un giornalismo capace di fare approfondimento e analisi, di costruire il contesto e dare spiegazioni strutturali. Questo è ancor più vero da venti-trent’anni a questa parte, quando in parallelo alla trasformazione della pratica e della comunicazione politica anche il giornalismo ne ha seguito la strada. Ѐ diventato sempre più cronaca giudiziaria e ha totalmente tralasciato la ricostruzione e l’analisi, senza le quali Fava (in ultimo nell’intervista a Film Story del dicembre 1983) non avrebbe potuto spiegare l’esistenza e l’assetto della mafia in Sicilia orientale, dei suoi legami diretti con quella palermitana e corleonese, e del ruolo svolto nella tenuta politica del sistema Paese di quegli anni.

Ora cosa è cambiato? La libertà di stampa è veramente garantita? L’anno scorso avete consegnato il Premio Fava per il giornalismo a Nancy Porsia, Francesca Mannocchi e Nello Scavo: proprio in questi giorni è uscita la notizia delle intercettazioni a loro carico, ordinate dall’allora Ministro dell’Interno Minniti. Che cosa ci rivela questo episodio?

 consegna del premio Fava, 6 gennaio 2020.M.P.: Ci rivela, anzitutto, l’esistenza di una precisa strategia politica dietro a questi eventi, che costituiscono un vero e proprio attacco alla democrazia. Però, la libertà di stampa non è solo quella frantumata da Minniti (o da intercettazioni anche non legali) ma quella minata ogni giorno dall’abuso di uno strumento come quello delle querele a scopo d’intimidazione e censura, o più in generale dalla mancanza di tutele per la figura del freelance[2]. Quando un tentativo di riforma in questa direzione è stato trasversalmente bocciato allora vien da dire che la libertà manca perché non c’è equità sociale.

F.A.: Noi infatti intendiamo il Premio Fava al giornalismo non solo come riconoscimento ma come momento imprescindibile per sollevare e fare approfondimento su questi temi e in quest’occasione leggiamo Lo spirito di un giornale, editoriale del 11 ottobre 1981 di Pippo Fava per il Giornale del sud, un vero e proprio manifesto etico di giornalismo. Nello Scavo alla consegna del premio ha dichiarato di viverlo come una responsabilità, un punto di partenza. La stessa motivazione che sta alla base dell’istituzione del Premio giovani: dare un sostegno a chi crede che un altro modo di fare giornalismo sia possibile,  dove non sono le minacce ricevute a determinare lo spessore di un giornalista. 

[1] Doc. XXIII, N. 6, COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL FENOMENO DELLE MAFIE E SULLE ALTRE ASSOCIAZIONI CRIMINALI, ANCHE STRANIERE, pag. 7.

[2] Ivi, pt. 3.2, pag. 26.

Immagine in evidenza da: www.interno.gov.it; immagine nel testo da: www.fondazionefava.it