LA TAFANA – INTIMITÀ E CAPITALE

di Mattia Macchiavelli

IL SINDACALISTA ABOUBAKAR SOUMAHORO
Il sindacalista Aboubakar Soumahoro è, da qualche tempo a questa parte, sotto le luci della ribalta mediatica. Si è incatenato fuori Villa Pamphilj, durante gli Stati generali dell’economia, con l’obiettivo – raggiunto – di ottenere un incontro con il premier Conte. Poco tempo prima, aveva animato un gustosissimo testa a testa con Matteo Salvini a Mezz’ora in più, surclassando, dialetticamente e tematicamente, il leader leghista. Le sue sono iniziative pubbliche di tutto spessore, dalla creazione del Tavolo operativo di contrasto al caporalato e allo sfruttamento in agricoltura, nel 2018, alla proclamazione degli Stati popolari, la piazza convocata lo scorso 5 luglio allo scopo di rendere visibili tutte quelle categorie di lavoratrici che sono invisibilizzate dall’attuale sistema economico. Dall’uccisione del bracciante Soumaila Sacko in poi, quella di Aboubakar Soumahoro è una voce che continua a interferire nel grigiume del dibattito pubblico, riportando la nostra attenzione, ogni volta, sul tema meno frequentato nel concreto dalle agende politiche di ogni ordine e grado: il lavoro.
Similmente, le tre piazze bolognesi di fine giugno, piazze di orgoglio e di lotta, hanno inserito il tema del lavoro tra i punti centrali dei documenti politici che a esse si accompagnavano.

TANTISSIME PERSONE SI SONO RITROVATE SENZA LAVORO E SENZA REDDITO
«Tantissime persone si sono ritrovate senza lavoro e senza reddito, tra cassa integrazione in ritardo di mesi, bonus di 600 euro assolutamente insufficienti, nessun tipo di sussidio per tutti i lavori in nero e non riconosciuti» si legge nel comunicato di Non Una Di Meno Bologna che ha introdotto la manifestazione del 26 giugno scorso, Torniamo nelle strade! Ci tolgono il tempo, riprendiamoci tutto!. Centrale la considerazione per cui «il carico di lavoro produttivo e riproduttivo che pesa sulle nostre spalle» è stato aggravato dallo smart working e dalla rovinosa caduta di ogni presidio scolastico, con una conseguente dilatazione del tempo-lavoro, il quale si è trasformato in un tempo totale, in un lavoro totale. Fotografano, le compagne, un dato di realtà drammatico ma da affrontare con consapevolezza: «Non possiamo più parlare di emergenza: le conseguenze di questa pandemia saranno pesanti e stabili e stiamo già sperimentando nelle nostre vite le conseguenze di questa crisi».

MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ QUEER
Mutualismo e solidarietà queer sono concetti cardine nelle rivendicazioni di B-Side Pride, che, sabato 27 giugno, ha rivitalizzato politicamente, culturalmente e sessualmente Bologna. Netta la condanna alle politiche con cui è stata gestita questa crisi, bollate come «familiste e paternaliste»; au contraire, le risposte alle precarietà strutturali, acuite dal Covid-19, sono da ricercarsi in una rivoluzione profonda della riproduzione sociale ed ecologica, in contrapposizione al sistema di produzione attualmente vigente e ai suoi diktat. «Come queer ci mancano cose materiali e immateriali ugualmente essenziali: cibo, reddito, accesso alla salute, la socialità frocia, lo spazio pubblico, le piazze, il cruising, l’incontro dei corpi nello spazio pubblico, la comunità politica nella quale potersi riconoscere che no, non è la nazione bianca eterosessuale».

In Marciona2020, la cornice di rivendicazioni comuni del coordinamento dei Pride tranfemministi queer, sono 3 su 10 i punti dedicati in maniera esplicita alle tematiche del lavoro e del welfare:
A) La cura è una lotta politica;
B) Il lavoro sessuale è lavoro;
C) Non esistono diritti civili senza redistribuzione.

Ecco, allora, il manifestarsi dell’esigenza di una prima ma fondamentale risposta, quella della propria comunità di riferimento, attraverso l’istituzione di reti di mutuo aiuto. In questo senso va la campagna lanciata da B-Side su Produzionidalbasso: Pane, Paillettes e Connessione. Sostieni le persone lgbitq* in difficoltà economica nella crisi Covid.

UN SISTEMA DI WELFARE CAPILLARE E DIFFUSO, DI PROSSIMITÀ
«Un sistema di welfare capillare e diffuso, di prossimità» è anche una delle principali richieste che emerge da L’orgoglio non si ferma, la piattaforma rivendicativa del Comitato Bologna Pride, manifestazione che ha inondato la città lungo tutta la giornata del 28 giugno, coi suoi colori e i suoi eventi diffusi. La parola «precarietà» ricorre più volte nel documento politico, in virtù della convinzione condivisa per cui «persone già marginalizzate prima della pandemia, in questi mesi sono state ulteriormente escluse dal mondo del lavoro e dalle sue forme di tutela». Si fa pressante, quindi, la necessità di individuare e mettere a sistema «tutele contro lo sfruttamento, strumenti di sostegno e riconoscimento per chi svolge forme di lavoro precario e non riconosciuto».

IL PROBLEMA È LA NORMALITÀ
Il problema è la normalità. Dai tre manifesti emerge, esplicitamente, non solo l’urgenza dirompente delle istanze legate al lavoro ma anche la forte consapevolezza che la pandemia non ha fatto altro che accelerare una realtà incancrenitasi molto tempo prima della propagazione del virus.
Dunque, che possiamo fare, soprattutto noi, formiche dal poco o nullo potere contrattuale? Rubo parole che ho trovato in Atlantide Antigone, a cura di Smaschieramenti: come possiamo evitare di «diventare un luogo della memoria o un monumento da fruire per il turista in cerca di emozioni forti»? Come possiamo farci presidio dinamico e non reliquia da esposizione?

Trovo che le motivazioni espresse da B-Side Pride a corredo della raccolta fondi attivata su Bologna, sia già un modo per cominciare quel lavoro di scardinamento della Norma (per dirla alla Mieli): «i soldi raccolti saranno spesi per quanto possibile all’interno di circuiti di economia locale e alternativa in modo che, oltre ad aiutare le-i-u destinatar* dei beni acquistati, il denaro resti all’interno di reti che assicurano condizioni di lavoro eque e che producono valore economico e sociale per la comunità locale». Quindi, per cominciare, dovremmo iniziare a frequentare l’esempio, l’intervento di reale prossimità, partendo dal basso e dal piccolo delle nostre relazioni personali e istituzionali, con l’ambizione di estendere i cerchi concentrici di queste azioni concrete, mettendole in rete.

E NOI?
E noi? Questo articolo è scritto per il giornale del Cassero, io mi occupo proprio di lavoro, all’interno del Cassero, e il Cassero è tra le realtà promotrici del Comitato Bologna Pride: non sono e non siamo narratrici esterne ma persone e associazioni direttamente coinvolte nelle riflessioni e nei processi di cui andiamo scrivendo. Dobbiamo, quindi, domandarci: possiamo produrre risposte come circolo? Come farsi carico di queste urgenze? Quali gli interventi da mettere in campo per sostenere le persone che il Cassero lo attraversano e che si sono ritrovate sole in questa pandemia? Quali progettualità di lungo periodo possiamo approntare per la cittadinanza tutta? E quali interventi per quella parte di popolazione che cittadina non è? Attraverso quali alleanze?
Credo siano interrogativi dirimenti, le cui risposte segnano il confine tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Farsi carico di queste istanze, anche tra le macerie economiche in cui ci troviamo, penso sia nostro compito politico, civico ed etico.

Per poter rispondere a questi interrogativi, tuttavia, dobbiamo prima chiederci: noi chi siamo? Se siamo una comunità in dialogo con altre comunità, allora possiamo pretenderci generatrici di lavoro sano e welfare, possiamo pensarci come un acceleratore di processi creativi ed eterodossi, in grado di spezzare la coazione a ripetere del danaro per il danaro e capaci di fare la differenza nel mondo reale, che è quello delle nostre quotidianità. Se non siamo comunità, allora non ha nemmeno senso essere.

Ciò che il tema del lavoro va a snidare è proprio il tema politico delle relazioni, delle forme di intimità che tra noi instauriamo e decidiamo di frequentare. Questo è il momento di decidere se replicare il modello eterosessuale e capitalista dei rapporti interpersonali o se consacrarci alla tentacolarità di costruzioni originali di socialità privata e pubblica. Una riflessione che tocca non solo il Cassero, ma tutte quelle realtà che pretendono di spendersi nelle lotte transfemministe, queer e LGBT+. Le domande «chi siamo?» e «quale intimità decidiamo di frequentare?» debbono essere premesse a ogni politica del lavoro e del welfare, grande o piccola che sia, perché da quelle risposte dipenderanno anche i modelli economico-associativi che decideremo di mettere in campo. Domande aperte che passano per una presa di coscienza sociale semplice ma non scontata: noi tutte siamo ancora l’altr* e continueremo a esserlo per un bel po’. Dobbiamo, quindi, cominciare a riconoscerci reciprocamente, a darci un nome, a nominare le nostre identità, le nostre alleanze, lo spazio pubblico che vogliamo abitare e l’intimità pubblica che vogliamo agire. Dare un nome a queste istanze – Le Guin ce lo ha insegnato – ci permetterà di amministrarne l’immenso potere.

Da qualche parte bisogna cominciare e suggerisco di farlo proprio partendo dalle parole di Aboubakar Soumahoro, il quale, recentemente, ha rilanciato una citazione del Presidente della Repubblica Pertini, particolarmente adatta alle nostre riflessioni: «Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero».

 

Immagine in evidenza da AfricaRivista.it

Foto da Facebook, Produzioni dal Basso

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