LA BIBBIA E GLI ABOMINEVOLI DIVIETI

Davanti all’impossibilità di conoscere le viscere di Dio, teologi ed esegeti hanno sentito la necessità di interpretare la parola scritta da lui ispirata. Per questo motivo, spesso si sente precipitare dall’alto e giungere ai giorni nostri una condanna estrema dell’omosessualità: «Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole». Questa e altre norme (non mangiare grasso né sangue di animale, non adottare i costumi delle nazioni ostili a Israele) contenute nel Codice di Santità del Levitico separano gli atti impuri dalle azioni giuste.

Quando mia madre preparava una torta per cena non dimenticava mai di dirmi: «Non toccarla fino a stasera». Se non avessi avuto sin da piccola una passione per i dolci attentando più volte al dessert prima del tempo, non ci sarebbe stato motivo di porre divieti. Così io e mia sorella stavamo in esilio nella nostra camera, attendendo il calar del sole.

Allo stesso modo, Dio, da madre previdente, temeva per i suoi eletti (ai tempi dell’ambientazione del Levitico ancora indecisi tra politeismo e monoteismo) e per la cattiva influenza delle popolazioni vicine. Se babilonesi e cananei non avessero adorato più divinità con lauti banchetti di carne, se non avessero praticato riti sacri di natura sessuale (etero e non) e se i giudei non avessero già in parte accettato questi costumi, Dio non si sarebbe forse scomodato a ispirare l’autore del Levitico. Non infastidiva il grasso di animale, ma le altre divinità non giudaiche che lo richiedevano. Abominio è infatti lo stesso termine utilizzato, sia in ebraico sia in greco, per descrivere questi divieti e sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento la fornicazione (impura quando non finalizzata alla procreazione) e il consumo di carne destinato ad altri déi sono la stessa identica azione. Proibire era per Dio l’unico modo per continuare a esistere.

Non molto tempo dopo la composizione del Levitico, Naomi, vedova senza più figli, veniva sorretta lungo la strada per Betlemme dalla nuora, Rut, anch’essa privata di marito e prole dalla carestia. Quest’ultima aveva promesso all’altra: «Dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te». In una società fortemente patriarcale, in cui la donna aveva posto solo come figlia o moglie, Rut sceglie di unirsi al cammino di Naomi e rinunciare al ritorno in patria. L’unione tra le due è descritta nel testo ebraico con lo stesso verbo utilizzato in Genesi 2:24 per Adamo ed Eva. Tutto è condensato in quel termine, dabaq, perché Rut, ancora giovane, deve trovar marito e riscattarsi dalla condizione di non-esistenza che connotava le vedove. Il Libro di Rut ci consegna un lieto fine: dal matrimonio tra Rut e Boaz, padrone del campo in cui la donna spigolava, nasce un bambino. Le donne della campagna che commentano la vicenda corrono subito da Naomi ad annunciare la buona novella: è nato un bambino, «l’ha partorito tua nuora che ti ama, e che vale per te più di sette figli». Alla discendenza, unica soluzione di riscatto per Naomi, le donne antepongono l’affetto della suocera per Rut, che «la ama».

La lunga tradizione esegetica alle nostre spalle ha letto nei divieti del Levitico un no secco all’omosessualità. In attesa di smentita, Rut e Naomi continuano ad amarsi in silenzio quando nei campi di Betlemme si ricomincia a mietere l’orzo.

pubblicato sul numero 44 della Falla, aprile 2019