In prossimità di questo 8 marzo 2026, l’aborto è tornato ad essere un tema centrale nel dibattito pubblico europeo, dal momento che lo scorso 26 febbraio la Commissione Europea ha accolto parzialmente l’iniziativa cittadina europea My Voice My Choice. Sebbene non siano stati stanziati fondi aggiuntivi, la Commissione Europea ha stabilito che gli Stati membri potranno finanziare eventuali progetti volti a garantire l’accesso all’aborto sicuro in tutto il territorio dell’Unione Europea (UE) attingendo alle risorse del Fondo sociale europeo Plus, un fondo finalizzato a garantire i diritti sociali all’interno dell’UE.
Attualmente sono 20 milioni le donne e le persone AFAB che nell’UE non possono interrompere una gravidanza in modo sicuro, poiché vivono in Paesi in cui l’aborto è vietato o sottoposto a severissime restrizioni. Per esempio a Malta e in Polonia, dove l’aborto sarebbe formalmente legale, persistono ostacoli che lo rendono di fatto scarsamente accessibile per le persone più marginalizzate.

Tutto ciò avviene nonostante le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomandino esplicitamente di decriminalizzare l’aborto, poiché criminalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) non riduce il numero di aborti ma aumenta rischi, clandestinità e vulnerabilità. Come collettivo e rete transfemminista che da anni si occupa di questo tema, raccogliendo testimonianze e praticando accompagnamenti all’aborto, sappiamo bene che un’IVG sicura può salvare la vita di chi la sceglie.
La decriminalizzazione è un passo fondamentale, ma non sarà sufficiente se non è accompagnata dalla rimozione di tutte le barriere che possono rendere l’aborto inaccessibile, anche laddove è formalmente legale. La barriera più evidente è quella economica: in 8 Paesi comunitari (Austria, Bulgaria, Cipro, Croazia, Germania, Lettonia, Repubblica Ceca e Romania) l’IVG è infatti a carico della persona che ne fa richiesta, e i costi possono essere proibitivi, specie per persone marginalizzate o in condizioni di fragilità.
Tuttavia, anche nei Paesi in cui l’aborto è coperto dal servizio sanitario nazionale le persone gestanti possono trovarsi di fronte altri ostacoli, quali l’obiezione di coscienza del personale sanitario, l’obbligo di osservare un periodo di attesa dopo la richiesta di abortire prima di poterlo effettivamente fare, l’obbligo per le persone minorenni di ottenere il consenso dei genitori o dei tutori legali, la pratica di ascolto del battito fetale, obbligatoria in Ungheria e diffusa in altri Paesi (tra cui l’Italia). Oltre queste citiamo l’intromissione dei movimenti pro-life, con picchetti di fronte a ospedali e cliniche in cui si praticano gli aborti, con la presenza istituzionalizzata nelle strutture sanitarie e con la diffusione di informazioni false o parziali volte a scoraggiare il ricorso all’aborto. Fatto, quest’ultimo, che ha portato alcuni paesi – Germania, Regno Unito e Paesi Bassi – ad implementare misure legislative, amministrative e penali contro gli attacchi ai luoghi della salute, al personale che vi lavora e a coloro che vi accedono.
Anche in Italia ogni giorno scopriamo quanto i nostri corpi non siano considerati degni di rispetto, cura e ascolto. Quello che abbiamo mappato in questi anni con Obiezione Respinta dimostra che l’Italia è un paese fondato sull’ostruzione all’aborto. Un paese dove l’obiezione di coscienza in alcuni ospedali arriva illegalmente al 100%; dove non si può scegliere che tipo di IVG fare perché in intere regioni l’aborto farmacologico non è previsto; dove, se si incontra l’ecografista sbagliatə, viene fatto ascoltare il battito fetale senza consenso; dove le associazioni anti scelta, con la connivenza degli ospedali, possono seppellire il prodotto della gravidanza con il nome della gestante sopra, senza che lo sappia o lo voglia (l’esistenza dei cosiddetti cimiteri dei feti era stata denunciata già vari anni fa a partire dal caso del cimitero Flaminio di Roma, per poi scoprire che era una pratica radicata in tutta Italia). Le testimonianze che riceviamo raccontano di scelte negate, di stigma, di identità cancellate, di violenza ostetrica (anche non necessariamente legata all’aborto), di dolore non creduto e persone mandate a casa dal pronto soccorso con un “sta esagerando”.

Tutto ciò avviene in un sistema sanitario che si è progressivamente trasformato in un’azienda, che taglia consultori e chiude reparti ospedalieri, specie nelle zone più periferiche, che permette alle associazioni antiabortiste di entrare negli ospedali e nei consultori, che non mette a disposizione servizi di mediazione culturale, che lascia spazio a chi dice che non serve educazione sessuale o educazione al consenso, che i corpi devono tornare a essere strumenti per dio, patria e famiglia, che rende i percorsi di transizione e affermazione di genere ostici, costosi e inutilmente complessi.
Di fronte a tutto questo vogliamo continuare a immaginare e pretendere un’altra idea di salute riproduttiva, che sia inclusiva, gratuita, accessibile, che riconosca le nostre identità senza bisogno di giustificarle. Non chiediamo concessioni: pretendiamo accesso libero e sicuro all’aborto in linea con le linee guida OMS e con i trattati internazionali sui diritti umani. In Italia e ovunque vogliamo una salute che rispetti soggettività e scelte. Pretendiamo che venga rispettata la libertà riproduttiva: se diventare genitorə, quando, come; se interrompere una gravidanza, dove, con chi, che ci permetta di abortire in telemedicina, a casa, con le amiche, se è questo che vogliamo. La libertà riproduttiva è il diritto fondamentale di ogni soggettività di decidere in autonomia e dignità se, quando, con chi e quanti figli avere, è il diritto di vedersi garantiti l’accesso a contraccezione, educazione sessuale, servizi sanitari di qualità e interruzione volontaria di gravidanza sicura, libera e accessibile.
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