Il Project 2025 non è solo un programma di governo ultraconservatore: è un piano sistematico per restringere diritti, rendere più invisibili le persone LGBTQ+ e rovesciare conquiste sociali che in molti considerano ormai acquisite. 

Per chi non avesse mai sentito parlare si tratta di un programma politico portato avanti dalla politica trumpiana, lanciato nel 2022 dalla Heritage Foundation, think tank di stampo conservatore, che mira a ridefinire i ruoli istituzionali dell’intero governo federale degli Stati Uniti d’America. Dietro un linguaggio tecnocratico si nasconde un progetto politico ben chiaro: spostare lo Stato americano verso un modello sociale più rigido, più gerarchico e più ostile alle identità queer. E quello che comincia negli Stati Uniti, però, non resta confinato oltre l’Atlantico: la stessa logica di repressione si riproduce, con toni diversi ma obiettivi simili, in vari paesi europei, Italia compresa.

Uno dei fronti più espliciti è il lavoro. Il documento mira a indebolire la portata della sentenza Bostock v. Clayton County, che ha esteso la protezione contro la discriminazione sul luogo di lavoro anche alle persone LGBTQ+. L’obiettivo è ridurre o cancellare le norme federali che impediscono licenziamenti, trattamenti discriminatori e pressioni per “nascondere” la propria identità di genere o orientamento sessuale. In pratica, una persona trans o lesbica potrebbe vedersi negata una promozione, emarginata nel proprio ambiente o addirittura espulsa dal lavoro con molte meno protezioni di oggi. In questo modo, la sicurezza economica delle persone LGBTQ+ viene ulteriormente minacciata, soprattutto in contesti già segnati da precarietà e vulnerabilità.

Il piano colpisce duramente anche la scuola pubblica. Propone di eliminare o comunque ostacolare i club LGBTQ+ (come Gay‑Straight Alliances o Gender & Sexuality Alliances), che oggi sono spazi di riconoscimento, sostegno e organizzazione per studenti queer. In questi gruppi, molte ragazze lesbiche, persone trans e queer trovano per la prima volta il coraggio di parlare della propria identità, di usare i propri nomi e i propri pronomi, di costruire piccole reti di mutuo aiuto. Quando si parla di cancellare questi club non si tratta solo di togliere un’attività aggiuntiva: si vuole impedire che le persone LGBTQ+ imparino a riconoscersi come collettivo, a organizzarsi e a dare visibilità alle proprie storie. Mantenendole disgregate, isolate e senza spazi collettivi, diventa più facile ridurne la forza politica e normalizzare un clima di emarginazione.

L’accesso alle cure mediche, in particolare per le persone trans, è un altro snodo centrale del piano. Il documento propone di considerare molte terapie ormonali e molti interventi legati alla transizione come “abuso sui minori”, per giustificare divieti e restrizioni severe. Questo approccio non riguarda solo le persone trans adolescenti, ma anche i percorsi di cura per adultǝ, con un forte impatto su chi vive in stati già ostili alle politiche di genere. Parallelamente, il piano prevede riduzioni di programmi federali legati alla sanità pubblica, alla prevenzione e alla contraccezione. Anche se non sempre esplicitato, il risultato è un sistema in cui la salute delle persone LGBTQ+ viene penalizzata: meno risorse, più burocrazia, più stigma. Le comunità più fragili, già esposte a maggiore precarietà economica e sociale, sono le prime ad esserne colpite.

Il Project 2025 mira anche a svuotare la sfera pubblica di ogni riferimento esplicito ai diritti LGBTQ+. Viene ipotizzato di cancellare pagine governative dedicate a queste persone, di ridurre le sigle che indicano diversità di genere o orientamento sessuale e di limitare il linguaggio che riconosce identità non binarie o queer. L’obiettivo dichiarato è far scomparire quelle identità dalla narrazione ufficiale, dai monumenti, dalle memorie, trasformandole in un tema marginale o addirittura vergognoso. Le persone LGBTQ+ restano fisicamente presenti, ma culturalmente espunte dalla storia ufficiale. In questo modo, si indebolisce la loro capacità di costruire una memoria collettiva, una tradizione politica e una cultura propria, che possa diventare un punto di riferimento per le generazioni successive.

Sebbene il documento sia pensato per gli Stati Uniti, il suo spirito politico viaggia rapidamente oltre l’Atlantico. In Europa, e in particolare in Italia, si assiste a una crescente stretta sulle politiche LGBTQ+: limitazioni di spazi culturali, campagne mediatiche contro le persone trans, uso politico del termine “ideologia di genere” per giustificare censure e restrizioni. Parte di questo clima trova ispirazione nella stessa retorica del Project 2025, che dipinge la diversità sessuale e di genere come minaccia alla famiglia tradizionale e alla stabilità sociale.Project 2025 non è un semplice programma elettorale: è un progetto politico per rendere più difficile la vita delle persone LGBTQ+, più difficile organizzarsi, più difficile esistere in pubblico. Non si tratta solo di difendere singoli diritti, ma di rifiutare un modello di società che vuole cancellare le comunità queer dalla sfera pubblica. Se lasciamo che questo avvenga senza reagire, accettiamo di fatto un mondo in cui le identità queer devono tornare nell’ombra, nelle stanze chiuse, nelle paure interiori. La posta in gioco è proprio questa: esistere, e resistere, oppure rientrare nel silenzio.

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