Nei depositi di una delle biblioteche di Bologna, dopo aver attraversato un labirinto di scaffali impolverati e luci soffuse, mi è capitato di imbattermi con sorpresa in dei giocattoli e degli album per bambini. Ricordo di aver messo da parte la richiesta di prestito di un vecchio manuale per provare a passarmi tra le mani quei frammenti di memoria. Si trattava di una bambola, un album e alcune fiabe anni ’80: oggetti appartenuti a chissà chi e lasciati sul fondo di una biblioteca qualunque. Perché si trovavano abbandonati lì? Chi ci fosse dietro quel nome scritto in stampatello sulla copertina con un colore a matita, ancora non lo so. Ho immaginato così il destino di tante storie silenziose, soprattutto quelle della comunità della quale faccio parte.
A scuola non ne ho mai scovato nemmeno una traccia. Non una parola su opere, attivismo, storia e scienza fatti da persone queer che provavano le stesse emozioni che provo io, che vivevano il mio stesso tipo di esperienze, nelle quali potermi riconoscere e sentirmi compreso. È proprio dalla necessità di recuperare la propria storia che nascono gli archivi queer, come realtà preziose, in cui le voci e i corpi di persone della comunità LGBTQ+ vengono accolti, resi visibili e offerti a chiunque con il loro respiro di vita.
Dietro realtà come quella del Centro di Documentazione Flavia Madaschi di Bologna o l’Archivio IHLIA di Amsterdam emerge una scelta politica precisa: sottrarsi alle logiche eteronormative delle narrazioni dominanti che veicolano la scelta di ciò che vale la pena essere ricordato oppure no. Grazie al loro contributo i fondi degli archivi iniziano ad arricchirsi con materiali e documenti di varia natura: dalle spille arcobaleno ai diari personali, dalle rubriche dei bar gay di Los Angeles alle collezioni private di fotografie, fino alle tracce di memoria digitali come registrazioni audio o pellicole video.
Queste tracce effimere si offrono con la loro autentica commistione fra materialità e immaterialità: difatti, quando ci si confronta con tali reperti un movimento di profonda empatia si accende, consolidando un legame comunitario e identitario che va al di là del tempo e dello spazio.
In fondo, l’etimologia del termine “ricordare” rimanda al significato più autentico degli archivi. Dal latino “re- cordis” che significa “riportare al cuore”, la pratica memoriale risponde dunque al bisogno di imprimere dentro di sé una memoria che silenziosamente ci appartiene già e che attende di essere riscoperta. Per tale motivo, Ann Cvetkovich ha coniato l’espressione “archive of feeling” per descrivere questo nuovo tipo relazionalità che gli archivi queer hanno inaugurato: fare archivio non diventa più una semplice pratica memoriale, ma costituisce un’occasione per consolidare un sentimento di filiazione che abbraccia il passato delle persone che ci hanno preceduto e il presente di coloro che entrano in contatto con tali tracce.
A tal proposito, è interessante citare il progetto dell’artista queer Aliza Shapiro, che durante le performance creative del DATUM ha dato vita a delle serate in cui le partecipanti erano invitate a contribuire al processo di archiviazione di materiali destinati ad un fondo queer. In maniera inedita, il progetto ha finito per riscrivere l’immagine stessa dell’archivista immobile e neutro: nel gesto di sfogliare fotografie e carte, di nominarle e schedarle, avviene infatti una risignificazione di quelle tracce. Le descrizioni si arricchiscono così di percezioni soggettive, che fanno dunque emergere i tratti più intimi e autentici di quei frammenti di memoria.
Gli archivi della comunità LGBTQ+ diventano così l’espressione di un bisogno comunitario: recuperare quelle storie, trasmetterle nelle nostre pratiche quotidiane, nelle realtà private e istituzionali. Chissà quanti altri diari e bambole attendono ancora nel buio e nella polvere: recuperarle non significa solo farne memoria, ma è un atto di cura rivoluzionario verso di noi e verso chi verrà dopo.
Fonti:
Alana Kumbier, Ephemeral Material: Queering the Archive, Sacramento, Litwin Books, 2014
Jamie A. Lee, Producing the Archival Body, Abingdon ; New York, Routledge, Taylor & Francis Group, 2021
Rebecka Taves Sheffield, Documenting Rebellions: A Study of Four Lesbian and Gay Archives in Queer Times, Sacramento, Litwin Books, 2020
Jack Halberstam, In a Queer Time and Place: Transgender Bodies, Subcultural Bodies, New York, NYU Press, 2005
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