
Lidia Poët nasce tra le valli valdesi del Piemonte, il 26 agosto 1855, in una famiglia colta e progressista che le permette di intraprendere studi allora riservati agli uomini.
Si laurea in Giurisprudenza a Torino nel 1881, tra i pochi casi femminili dell’epoca. Due anni dopo, superato l’esame di procuratrice, il Consiglio dell’ordine degli avvocati torinese la iscrive all’albo, in assenza di norme che escludessero le donne: è il primo caso in Italia.
Ma dura poco: la Corte d’appello, su ricorso del Procuratore generale del Re, annulla l’iscrizione equiparando la professione forense a un pubblico ufficio, precluso alle donne. Vi aggiunge argomentazioni sociali, come l’inopportunità di vedere le donne discutere pubblicamente certi temi, e pseudo-mediche, legate al ciclo mestruale. La sentenza insinua inoltre che gareggiare con gli uomini le allontanerebbe dal ruolo di compagne dedite alla casa e alla cura. Anche la Cassazione, a cui si rivolge successivamente Poët, conferma l’esclusione.
Lidia però non si arrende. Continua, senza titolo, a lavorare nello studio del fratello, battendosi per i diritti dei soggetti più vulnerabili, minori e donne.
Nel 1919 il Parlamento approva finalmente la legge che ammette le donne ai pubblici uffici, a eccezione della magistratura. Poët, a 65 anni, diventa così la prima avvocata italiana.
Simbolo della lunga battaglia per l’uguaglianza professionale in Italia, Lidia muore a Diano Marina il 25 febbraio 1949.
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