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LA CARICA VIRALE NON RILEVABILE È LA VERA RIVOLUZIONE DEGLI ULTIMI ANNI

di Diego Scudiero

La copertina di un rotocalco del 1985 ritraeva Linda Evans in primo piano visibilmente sconvolta e il virgolettato che le veniva attribuito diceva: «L’ho baciato!». Si riferiva a Rock Hudson, noto attore americano e prima celebrità a dichiarare pubblicamente di aver contratto il virus HIV. Rock Hudson aveva scoperto un anno prima la sua condizione e si recava spesso a Parigi per sottoporsi alle più innovative cure dell’epoca. Durante la sua ultima permanenza nella capitale francese, Hudson approvò un comunicato stampa con cui si dava ufficialmente la notizia della diagnosi. L’ospedale in cui era ricoverato si svuotò immediatamente per il terrore del contagio e l’attore chiese di rientrare subito negli Stati Uniti, ma il suo staff incontrò notevoli problemi nel reperire un volo, poiché nessuna compagnia aerea voleva averlo come passeggero. Alla fine, Hudson fu costretto a prenotare un intero volo solo per lui.

Al termine del 2015, i giornali ci hanno parlato di una bambina con HIV esclusa dalla scuola e alla quale l’Ufficio scolastico regionale ha proposto di fare lezioni a distanza, dopo che ben 35 comunità di accoglienza hanno rifiutino il suo accesso. 

Vorrei partire da questi due episodi, simbolici e così distanti nel tempo, ma vicinissimi sul piano dei contenuti, per sottolineare come lo stigma nei confronti delle persone che vivono con l’HIV sia sempre stato una costante che ha caratterizzato questa epidemia e come, ancora oggi, rimanga tra i più potenti e nefasti effetti collaterali del virus, anche all’interno della comunità LGBT+.

Ma quest’anno, in occasione della trentunesima Giornata mondiale di lotta all’AIDS e dopo la Consensus Conference che si è svolta lo scorso 12 novembre presso il Ministero della Salute, l’unico modo plausibile per celebrare il 1 dicembre è quello di diffondere la seguente incontrovertibile evidenza scientifica: le persone con l’HIV che seguono correttamente una terapia antiretrovirale e che hanno una carica virale non rilevabile da almeno sei mesi, non trasmettono il virus.

È un’evidenza scientifica che urla al mondo che le uniche persone che sicuramente non possono trasmettere il virus sono le persone HIV positive in terapia efficace. Una notizia dirompente sia per le politiche di prevenzione, sia per la lotta alle discriminazioni che ancora oggi colpiscono le persone con HIV. Un punto di svolta che capovolge i paradigmi della prevenzione dimostrando che in questo momento storico la pandemia è sostenuta principalmente da chi non usa il preservativo, pur non conoscendo il suo stato sierologico e da chi non vuole in ogni caso usarlo ma, al contempo, non fa ricorso alla Profilassi Pre Esposizione. 

In questo 1 dicembre si capovolge completamente l’impianto informativo con il quale, in futuro, si dovrà costruire la prevenzione perché, da adesso in poi, la prima notizia da dare in qualsiasi intervento di prevenzione sarà proprio questa: Undetectable=Untransmittable (U=U #UequalsU)! E soltanto dopo aver chiarito che le persone con HIV in terapia efficace non possono trasmettere il virus, potranno essere elencate le vie di trasmissione. Se non seguiremo questa gerarchia informativa non potremo essere efficaci nella lotta allo stigma e trasformeremo colpevolmente una evidenza scientifica così rilevante e potente in una nota a piè di pagina, capace soltanto di esprimere sentimenti solidaristici che potranno forse scaldare il cuore ma non scalfiranno la spessa crosta di stigma che si è stratificata negli anni.

Questo sarà un primo dicembre che, dopo l’avvento delle terapie antiretrovirali, dovrà rappresentare un altro punto di svolta nella storia dell’HIV ma, soprattutto, un punto di svolta nella vita delle persone sieropositive. E dovrà essere un impegno di tutta la comunità LGBT+ per liberarle dall’enorme peso di una responsabilità che, non sempre, abbiamo impedito fosse assegnata solo a loro.

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