RACCONTARE LA VITA

L’EVOLUZIONE DELLE RAPPRESENTAZIONI MEDIATICHE SULL’HIV

di Elisa Manici

Dall’aura viola da appestati della famosa campagna di comunicazione italiana del Ministero della Sanità, del 1990, all’inserimento nelle storylines delle serie tv come un espediente narrativo qualunque, come accade in How to get away with murder

Nel mezzo della sua storia, iniziata nei primi anni ’80, la rappresentazione mediatica di Aids e Hiv ha subito una rivoluzione fondamentale. Se nei primi anni di diffusione il virus non lasciava scampo, e fondamentalmente ci si trovava a rappresentare la morte, il viaggio verso di essa e, nelle comunicazioni sociali, come evitarla, nel 1996 l’introduzione dei farmaci antiretrovirali ha mutato radicalmente la prospettiva, rendendo l’Hiv una malattia cronica, più che mortale. Per forza di cose i toni della comunicazione giornalistica, ma anche le rappresentazioni narrative e le campagne di informazione, hanno imboccato strade meno drammatiche.

A rendere l’Hiv/Aids unico e diverso dalle altre malattie sono lo stigma e la discriminazione che lo circondano da sempre. Perciò, nonostante il cambio di paradigma, è rimasta a lungo invariata una serie di costanti nella rappresentazione sociale, e quindi mediatica, del virus, a riprova che i pregiudizi sono scalfibili con estrema difficoltà, anche quando la morte si trasforma in vita. Sono gli stessi elementi contro cui ci si ritrova a combattere ancora oggi, nonostante un panorama più variegato.

Abbiamo l’elemento dell’alterità, una delle caratteristiche costitutive dello stigma sociale, in base alla quale gli individui stigmatizzati diventano un altro da noi, non più completamente umano. Abbiamo l’eterosessismo: benché fosse noto fin dal 1982 che anche le persone eterosessuali potessero contrarre il virus, e benché nello stesso anno venne coniato l’acronimo Aids, proprio nel 1982 alla malattia venne appioppato il nome giornalistico di Grid – gay related immune deficiency, comparso per la prima volta sul New York Times dell’11 maggio.

Il marchio di peste dei gay ce lo siamo portato dietro a lungo, sia pure non più in forma di nome. Abbiamo il victim blaming, cioè il ritenere chi contrae il virus colpevole, e cercare di indurlo ad autocolpevolizzarsi. È una malattia che la rappresentazione sociale, e quindi mediatica, ha storicamente diviso in malati per bene, che vanno compatiti perché hanno contratto il virus a causa di trasfusioni, trapianti, tradimenti del consorte, e malati per male, che non si meritano niente: perché se la sono andata a cercare, tossici, prostitute e donnacce in genere, mariti fedifraghi, oltre, ovviamente, ai gay.

Ci sono volute le prime morti eccellenti a dimostrare al mondo occidentale che la malattia non era solo un destino riservato agli emarginati, ma che non risparmiava nessuno, nemmeno i ricchi e famosi. Rock Hudson, attore hollywoodiano fino quasi alla fine in the closet, morto nel 1985, era un amico di lunga data del presidente Ronald Reagan, che in seguito cambiò il suo atteggiamento nei confronti dell’epidemia, destinando fondi alla ricerca. Freddie Mercury, leggendario frontman dei Queen, sulla cui vita è uscito nei mesi scorsi il biopic Bohemian Rhapsody, morto nel 1991. E poi le morti e le diagnosi di uomini eterosessuali: il tennista di colore Arthur Ashe, morto nel 1993, che aveva contratto il virus durante una trasfusione, e il mitico cestista dei Los Angeles Lakers Magic Johnson, che contrae il virus nel 1991, e lo dichiara nel 1992. È il primo sieropositivo eccellente del quale si possa dire che aver contratto il virus non equivale automaticamente a essere malati di Aids. Infatti Magic Johnson è ancora vivo e vegeto, ed è diventato un attivista e un testimonial della lotta al virus.

Non è un caso che anche opere recenti unanimemente amate dalla critica, come The normal heart di Ryan Murphy (2014), tratto dall’opera teatrale autobiografica di Larry Kramer, si concentrino sugli anni terribili delle prime morti.

Ci vogliono più Oliver Hampton, ci vogliono più Eddie, l’orso che lavora in un ostello per ragazzini LGBT+ homeless della serie Looking di Andrew Haigh. La sfida ancora aperta dell’oggi è riuscire a raccontare la vita delle persone con Hiv, piuttosto che la morte, oppure oltre alla sola morte, pur essendo magari più complesso a livello di strutture ed espedienti narrativi.

pubblicato sul numero 42 della Falla, febbraio 2019

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