MY NAME IS BAGHDAD

Il titolo di Caru Alves De Souza apre oggi alle 21 la concisa ma intensa sezione di lungometraggi di Gender Bender 2020

di Ren Arman Cerantonio

My name is Baghdad (Meu nome è Bagdá, Brasile, 2020, 99’) segue un breve spaccato di vita dell’omonima protagonista, snodandosi tra le vie di San Paolo che l’adolescente attraversa sullo skateboard, la sua più grande passione.

Il coinvolgimento in questa attività la pone in un ambiente prevalentemente maschile dove vive quotidianamente la pressione da parte dei suoi coetanei per il fatto di essere l’unica ragazza. Anche fuori dalla malmessa pista da skate, il suo aspetto androgino, il suo comportamento e i suoi interessi vengono continuamente contestati perché non coincidono con l’idea stereotipica di donna: quella di bambolina destinata a sbrigare le faccende che gli uomini, specie se più avanti con l’età, tengono a portare avanti. Il film non cade quasi mai nel didascalico, mostrando come questi uomini interagiscano con Baghdad e la sua famiglia, composta da membri di sangue e di elezione. 

I legami della protagonista sono grandi esempi di vita e rappresentano il vero punto di forza dell’opera. La madre single, le sorelle, di cui la più piccola ossessionata da Marte, la zia proprietaria di un bar, il parrucchiere gay malato e la donna trans* con cui gestisce il negozio le mostrano la grande diversità che può esprimere l’identità di donna, perché non esiste un solo modo di esserlo. Tutti i suoi punti di riferimento abbracciano la femminilità in modo profondo e personale, restituendola con orgoglio nonostante la società attorno a loro cerchi di ostacolarli. 

I suoi ideali e la passione si incontrano quando Baghdad e la sua amica socializzano con un gruppo di ragazze che fanno skateboard in un altro quartiere. Il dubbio sul perché loro due fossero le uniche ragazze nella loro zona sorge esplicitamente nell’ultima parte del film, trovando risposta in un confronto durante il quale le due ragazze alzano finalmente la loro voce.

La costruzione degli eventi è insolita ma lineare, e il film risulta realistico, esclusa la scena dove quella che sarebbe una rissa assume le forme di una danza onirica.

I personaggi femminili sono resi con cura, risultando sempre attivi nei confronti della loro storia e mai vittime del mondo che continua ad attaccarle. Baghdad sceglie il nome che utilizza, così come sceglie di ridefinire i termini della sua femminilità, grazie alla splendida comunità che la circonda e alla quale deve tanto per averle passato il valore dell’autodeterminazione. 

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