IN THE NAME OF YOUR DAUGHTER

(UK, 2018, 85’ – V.O. SOTT.)

di Caterina Campisi

Il documentario di Giselle Portenier, già premiato al Nordwest Fest in Canada e vincitore dell’Amnesty International Award al Giffoni film festival del 2019 verrà proiettato oggi alle 18  al Gender Bender International Festival.

Flora, Rosie, Neema. Sono i nomi di alcune delle ragazze (dagli 8 fino ai 15 anni) che decidono di dire no alla pratica della mutilazione genitale femminile (FGM) in Tanzania. Nonostante lo Stato l’abbia dichiarata illegale già dal 1998 e la pena preveda fino a 15 anni di carcere, sono molte ancora le famiglie che la praticano. La FGM non è legata ad alcuna confessione religiosa specifica e nell’ignoranza viene spesso comparata alla circoncisone maschile, ma può causare addirittura la morte. 

Il distretto di Serengeti nel nord della Tanzania è quello in cui risulta ancora più praticata ed è proprio quello in cui si svolge l’azione di Rhobi Samwelly, attivista legata al progetto di Crowd2Map Tanzania – progetto di mappatura, consulenza e rifugio per ragazze e famiglie coinvolte nel fenomeno – che ha reso questo Paese un esempio da seguire e una speranza per molte bambine e ragazze in un futuro migliore. I dati UNICEF rivelano che le percentuali di donne tra i 15 e i 49 anni (ma parliamo anche di bambine appena nate) in Tanzania che hanno subito una mutilazione genitale si aggiri intorno al 15%, notevolmente minore rispetto ad altri Paesi dell’Africa, con percentuali anche intorno al 90%. 

Questo è possibile grazie, appunto, all’azione coordinata di Rhobi e di un’altra donna straordinaria, Sijali Nyambuche – ufficiale di Polizia di Mugumu – e del suo team. Insieme hanno organizzato una fitta rete di case rifugio in cui portano le ragazze durante la terrificante “stagione del taglio”, nel mese delle vacanze invernali di dicembre, e danno il via a operazioni di riconciliazione con la famiglia. Pratica tradizionale nei villaggi più agricoli e poveri, spesso viene incoraggiata dai membri più anziani e perpetrata dai padri, convinti che a una figlia mutilata spetti una dote maggiore. Gli uomini ritengono la mutilazione una misura per diminuire la promiscuità femminile e per ottenere un maggior numero di mucche. 

Non basta l’appoggio di una mamma, le parole dei parenti o addirittura le loro firme: al minimo segnale di pericolo le ragazze vengono nuovamente prelevate e portate al sicuro. Una vera e propria rete di intelligence che previene lo svolgersi della barbara cerimonia del taglio alla presenza della famiglia e dei vicini, sotto il fuoco e dietro il sacrificio di due grandi mucche nelle nottate invernali di dicembre. Non in tutte le tribù e in tutti i villaggi con l’arrivo di gennaio si può tirare un sospiro di sollievo, le bambine vivono costantemente nel terrore. Il vero mezzo per combattere questa pratica, purtroppo ancora diffusa, è, come sempre, l’educazione

Ed è per questo che il documentario inizia e finisce con due scene a scuola. Prima Rhobi che chiede a una delle ultime classi se sappiano cosa sia la FGM, quale sia la differenza con la circoncisione e se sia stato loro chiesto di sottoporvisi; dopo, Rose e Neema, testimoni della loro esperienza, portano le stesse parole in un’altra classe, ispirando la speranza che questo fenomeno sia battuto definitivamente non solo istituzionalmente ma soprattutto culturalmente.

Programma del festival

Trailer del film

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