A TE, NON MAESTRO

ARBASINO, TRA GODIMENTO E SCRITTURA

di Paola Guazzo

Arbasino è stato un viaggiatore camp senza barriere. Il camp, ironia e mescolanza di stili, ipersensibilità visiva non conformista, amore per il theatrum mundi anche nel senso di musical, lo ha vissuto anche a Berlino Est : «Prima del Muro, negli anni ancora Cinquanta, – scriveva in un articolo del 2014 – si veniva qui attratti dal mito molto esclusivo di Christopher Isherwood e Goodbye to Berlin. Pochi anziani americani amici di W. H. Auden, che consigliava l’Ellis Bierbar, locale di cuoio storico-espressionistico sopravvissuto in un cul-de-sac sotto i binari dell’S-Bahn. E lì, fra i tavolini del gin-and- tonic si tenevano incontri di boxe fra apprendisti pugili del quartiere proletario e affamato di Moabit».

I luoghi del battuage gay assumono, in lui, consistenza avventurosa ma leggiadra, non priva di risvolti filologici. Memorabile, nell’incipit di Fratelli d’Italia (1963): «Una doccia svelta. A dormire: erano le quattro della mattina, lungo l’Aurelia m’ero fermato a far delle piogge nei pineti neri tra Viareggio e Pisa, Fratte, ginepri, mirti, giochi molto sportivi. E già quasi tutti estivi, tutti; e così vanesii, così narcisi…». Tutto il testo è un Grand Tour frenetico, sessuale, amoroso e citazionista, tra Napoli e Spoleto, Roma e La Spezia (sesso a tre con marinai dell’Arsenale, fra le altre delizie), Baviera, Amsterdam e Portofino (sesso tra i pitosfori, direzione Castello Brown). In Germania, tra un castello di Ludwig e l’altro, anche la visita a un albergo dove, tra una doccia al Badedas e l’altra, si pratica sesso bdsm con frasi in tedesco, d’altronde è pur vero che «La Germania è la Germania», come scrivono Wittig e Zeig in Appunti per un dizionario delle amanti (Meltemi editorie, 2020), giocando con il termine germanie, fratellanza.

Febbre di godimento o febbre di scrittura? Sono separate? No, e c’è un godimento che la scrittura moltiplica. In alcune pagine di Fratelli d’Italia, Arbasino parla del furor della scrittura, appunti presi ovunque, anche nel mezzo della notte, infinite protesi su penna e gli amici che parlano di occhiaie, di «come ti sei sciupato». E poi, sorpresa… c’è anche una visione romantica della coppia come legame oltre la sessualità quotidiana, un viaggio insieme tra acanti e capitelli, vivificati da natura e cultura, fondanti sprizzi creativi. Un dannunzianesimo profondo, non retorico, non pieno di fronzoli e paccottiglie, nella visione arbasiniana del legame tra maschi.

La love story più sentita deve essere stata tra anni Cinquanta e Sessanta, prima accennata nelle Piccole vacanze (1957), poi esposta e resa manifesta nel gioiello de L’ Anonimo lombardo (1959), dove le note a piè di pagina  esplodono tra Verdi, Verri, Parini, la Callas e Northrop Frye, nonché tutte le più aggiornate teorie sul romanzo divorate comprando libri durante le gite a Chiasso, Svizzera italiana.

Tutto finisce, anche l’amore per lo studente bergamasco appassionato di interior design ma non troppo interiore e dagli amici pettegoli e zabetta, ma nascono nuove relazioni, giunge un trasferimento a Roma, c’è il boom, ci sono le Olimpiadi e per togliersi dalla folla si deve andare dall’Ellade a Bisanzio. Questa traccia di vitalità, di sex and the cities, è quello che rende Arbasino immortale nel senso dell’evento senza limiti che la scrittura rende fulmineo e porta fino a noi. Grazie, non-maestro. 

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