Il 22 e 23 marzo 2026 quasi 28,6 milioni di cittadini si sono recati ai seggi per decidere il futuro della riforma Meloni-Nordio. Ha vinto il “No” con il 53,7%, ma il dato che ha lasciato a bocca aperta gli analisti è l’affluenza: un 55,69% che rappresenta il secondo valore più alto ad un referendum negli ultimi trent’anni. Ma cosa ha spinto milioni di italiani, spesso descritti come apatici, a scendere in campo? La risposta non sta solo nelle urne, ma nei pixel dei nostri smartphone. 

Uno degli elementi che ha infiammato il dibattito è stata l’introduzione del sorteggio per eleggere i membri laici del CSM. Quella che per i tecnici era una misura procedurale, per l’opinione pubblica è diventata una bomba narrativa. Il sorteggio è un concetto che tutti mastichiamo: ci ricorda le interrogazioni a scuola o i concorsi pubblici spesso al centro di polemiche. Vederlo applicato ai vertici della magistratura è parso a molti come una dichiarazione di resa: se non sappiamo premiare il merito, lasciamo decidere al caso. Questo ha reso il referendum comprensibile e, soprattutto, mobilitante: si è votato “No” non per aver studiato tomi di diritto, ma per dare un segnale chiaro contro un meccanismo percepito come ingiusto. 

A queste elezioni, inoltre, è crollato lo stereotipo dei giovani pigri sul divano: secondo le stime Ipsos Doxa, la Generazione Z (18-28 anni) ha stracciato ogni record con una partecipazione del 67%, dove il “No” ha dominato con il 58,5%. Il dato è ancora più impressionante se confrontato con i Millennials (29-44 anni), che si sono aggiudicati la maglia nera dell’astensionismo con il 47,5% di disertori. È un segnale fortissimo: oltre un terzo di chi aveva ignorato le europee del 2024 è tornato al seggio nel 2026, spinto da una nuova urgenza civile. Ed è ancora più significativo se si considera che il governo aveva negato la possibilità di votare fuori sede e in migliaia, soprattutto giovani, hanno dovuto scegliere se prendere un treno, spendere soldi e tempo, oppure rinunciare al proprio diritto di voto. 

@benedetta.sommaruga_

pov: sei in gara e il tuo fidanzato intrattiene #giorgia #meloni #🍈

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Mentre il fronte del “Sì” si perdeva in labirinti di linguaggio giuridico, il “No” ha scelto la strada del cuore: “Vota NO per difendere la Costituzione”. L’hashtag #IoVotoNo ha trasformato il voto in un rito pubblico da condividere con i propri contatti. Su TikTok, la politica è diventata satira pura: migliaia di utenti hanno creato contenuti ironici, portando la riforma fuori dai palazzi e dentro l’estetica quotidiana. I social non hanno solo commentato: hanno creato un conflitto elettorale vibrante, martellando anche chi di politica non voleva sentir parlare. 

Augusto Valeriani, ordinario di Sociologia dei processi comunicativi all’Università di Bologna ed esperto di comunicazione politica e media digitali, ha proposto di interpretare la mobilitazione della Generazione Z attorno al referendum del 2026 attraverso il concetto di Political FOMO: la necessità psicologica di non restare esclusi da un evento pubblico che il proprio network percepisce come prioritario. L’assenza di quorum ha dato peso a ogni singola scheda, la scelta Sì-No ha polarizzato il dibattito e la digital networked participation ha trasformato il voto in un rito identitario: vedere i propri contatti mobilitarsi attraverso meme e selfie ha reso la partecipazione un evento sociale irrinunciabile. Uno studio pubblicato su Nature nel 2012 ha dimostrato empiricamente che vedere persone della propria rete dichiarare di aver votato aumenta la probabilità di recarsi alle urne. Valeriani invita però alla cautela: «Queste forme di attivazione politica non sono da considerarsi meno nobili ed utili, ma bisogna essere consapevoli che la visibilità nelle piattaforme dipende da algoritmi con interessi economici privati».

Osservando il contesto delle mobilitazioni odierne, il caso #IoVotoNo affonda le radici in una storia recente di partecipazione digitale. Le Sardine nel 2019 nacquero su Facebook per contrastare Salvini e riempirono le piazze reali. Il leader leghista provò a rispondere con #GattiniConSalvini, ma l’operazione gli tornò indietro come un boomerang, amplificando la visibilità dei suoi oppositori. A livello globale, hashtag come #MeToo e #BlackLivesMatter hanno già dimostrato che un clic può abbattere muri istituzionali e nel 2026 l’Italia ha importato il rituale americano del I voted selfie: schede fotografate e seggi geolocalizzati come nuovi trofei digitali. 

In definitiva, la Gen Z ha dimostrato di non essere apatica, ma semplicemente reattiva a stimoli diversi. Quando un messaggio tocca un nervo scoperto come il senso di giustizia e il merito, i social diventano un megafono inarrestabile. Il sorteggio è stato la miccia, l’hashtag il combustibile: la Costituzione, per una volta, è diventata virale e ha camminato sulle gambe di milioni di giovani, uno swipe alla volta. 

Fonti 

Immagine in evidenza: instagram.com/automatizzatocomunismomemetico