di Dario Accolla e Alessandro Motta

La lingua è uno strumento potenzialmente neutro, ma di fatto mai neutrale. Il modo in cui scegliamo certe parole e la loro destinazione d’uso dice tanto dell’idea che abbiamo del mondo e tantissimo di chi le usa in un certo modo. Il linguaggio d’odio, ad esempio, è quel terreno di scontro in cui tale evidenza si concretizza. L’uso di determinate parole piega il repertorio dell’italiano con l’intento di ingabbiare intere categorie di persone in narrazioni svalutanti e demonizzanti. Per non parlare dello slur vero e proprio, il cui fine è quello di ferire, offendere, disumanizzare, descrivere con intento denigratorio, gruppi di individui e ottenere reazioni secondo quella che è una volontà contundente (si parla, in tal caso, di atti perlocutori).

A questo punto dobbiamo porci una domanda preliminare: cosa rende una parola un insulto? Non è solo una questione di emittente e destinatariə. Secondo il più classico modello jakobsoniano, c’è anche l’intenzione comunicativa. Prendiamo ad esempio il termine “frocio”: può essere adoperato con l’intento di insultare – secondo tradizione: «Frocio di merda!» ; ma può essere usato con connotazioni non negative, in contesti addirittura positivi: «Era un frocio favoloso!».

Se a pronunciare “frocio” è una persona omofoba le attribuiremo una valenza differente rispetto a quando viene usata da una persona queer. Se lə destinatariə è una persona cis-etero – gli uomini straight usano il termine per insultarsi a vario titolo, tra loro – avrà un’ulteriore connotazione rispetto a unə destinatariə queer. L’intenzione è un nodo cruciale. D’altra perte possiamo riscontrare un intento malevolo anche tra persone queer o, addirittura, può non esserci malizia in un emittente cis-etero. Insomma, ci troviamo di fronte a un gioco di incastri ed equilibri abbastanza complesso.

Un aspetto importante, nell’uso della lingua come atto politico all’interno della nostra comunità, è quello della riappropriazione. Elemento non nuovo, ma che ancora nel contesto italiano tarda ad affermarsi. Si pensi, ad esempio, ad alcuni termini stranieri come l’inglese queer e il tedesco schwule. Originariamente connotati negativamente, sono poi divenute parole identitarie. La comunità ha preso un’offesa – da adesso parleremo di parola-insultoe ne ha fatto elemento di orgoglio. La connotazione negativa di questi vocaboli è così evaporata di fronte ai luminosi raggi della rivendicazione. Ma anche in tali casi, quelle parole (pur perdendo negatività) non sono neutrali.

A livello locale, in Italia da qualche anno, ci sono sperimentazioni in tal senso. Dal 2023 la comunicazione del Catania Pride, ad esempio, sta recuperando il termine puppu (letteralmente: polpo) con cui tradizionalmente si indicavano maschi gay e persone transgender in modo dispregiativo. Secondo alcune teorie, che però rischiano di scivolare nell’ambito dell’etimologia popolare, il richiamo alluderebbe a un parallelo tra movenze dei tentacoli e un certo modo di atteggiarsi degli omosessuali (effeminati). Dallo slogan “polpo di stato”, fino a “polpo mondo” del 2025 (per i venticinque anni dal primo corteo), il termine viene ricollocato nell’ambito della rivendicazione politica e rompe la tradizionale attribuzione di genere per divenire termine ombrello più ampio.

Ciò ci insegna che la parola-insulto è un oggetto a disposizione di chi lo usa. Lasciarla a chi la vuole usare come strumento di offesa è un errore politico. Un coltello può essere usato per tagliare del pane (uso neutro) o per ferire una persona (uso non neutrale). L’oggetto non ha volontà né colpa. La responsabilità è di chi lo adopera. Per questo motivo la comunità LGBTQIA+ ha la responsabilità di prendere lo strumento linguistico (e i certi suoi usi) e riappropriarsene. Liberando la parola-insulto da chi l’ha prodotta operiamo su di essa un’ulteriore modifica: ampliamo la sua estensione semantica. Moltə potranno dire di non sentirsi rappresentatə dal termine “frocio”, un termine nato per colpire i maschi cis gay. È vero, non tuttə abbiamo avuto la dignità, agli occhi del patriarcato, di avere un insulto tutto per noi , ma tuttə possiamo partecipare alla risignificazione politica della parola-insulto-particolare (cioè ristretta a una categoria) estendendola a ciascuna componente della nostra comunità. Potremmo azzardare un passaggio dalla parola-insulto-particolare alla parola-politica-universale (cioè estesa a tuttə). Se, per dire, “frocio” diventasse di tuttə e per ciascunə, ciò sarebbe un goal contro il patriarcato che molecolarizza, divide, invisibilizza.

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