È la terza guerra mondiale. Ci siamo già dentro, manca solo la dichiarazione ufficiale e l’assassinio di un qualche arciduca. Nello scacchiere internazionale, vediamo ovunque conflitti che chiamano in causa interessi geopolitici capaci di legare questo a quel paese, in un nodo sempre più intricato e pericoloso. Lo scontro incrociato dei dazi, inaugurato dagli Stati Uniti dell’amministrazione Trump bis, destabilizza il già precario equilibrio economico mondiale; la storia ci ha insegnato come questo tipo di segnali altro non sia che il prodromo di uno scontro armato. In Europa, infatti, assistiamo a una vera e propria corsa agli armamenti, benedetta dallo slogan virile e perentorio di Ursula von der Leyen: «Il tempo delle illusioni è finito».
L’Italia non è immune da questa seduzione bellica e lo vediamo soprattutto nelle parole utilizzate all’interno di un discorso pubblico sempre più barbaro e violento.
Esempio lampante di questa deriva del parlare e del pensare è la piazza convocata a Roma da Michele Serra. Già il lancio della sua idea, pur condivisibile nei motivi di fondo, presenta il novero delle «forze democratiche del vecchio continente» come un «un immenso esercito nemmeno poi così disperso»; un esercito. Difficile, poi, dissociarsi credibilmente dalle politiche di riarmo dei singoli stati, volute dalla Commissione europea con l’approvazione della misura che va sotto il nome inquietante di ReArm Europe (oggi Readiness 2030).
Nella piazza del 15 marzo, diversi sono stati gli interventi che hanno rafforzato questa narrazione bellicista degli Stati che compongono l’Unione Europea. A farla da padrona, una retorica coloniale imbarazzante e fuori tempo massimo: un racconto bianco, eurocentrico, tutto proiettato sulle magnifiche sorti e progressive di un’Italia e di un’Europa mai esistite veramente. Abbiamo udito intellettuali, o sedicenti tali, lodare i giovani e forti pronti alle trincee, scagliandosi contro la gioventù molle del pacifismo.
A quella piazza hanno aderito, acriticamente, anche i partiti che alcune di noi votano, gli intellettuali che alcune di noi seguono, le associazioni a cui alcune di noi sono iscritte. Non nel nostro nome.
Le componenti del cosiddetto progressismo italiano si diluiscono nella ragion di Stato – che in tempi di guerra è sempre una ragione armata – e sembra mancare loro proprio quel lessico intersezionale di pace che noi soggettività queer abbiamo costruito, con fatica e orgoglio, nel corso di decenni. Questi tempi non lasciano spazio all’omeopatia dei posizionamenti di convenienza: alla catastrofe possiamo rispondere solo con la nettezza dei nostri vissuti e dei nostri posizionamenti. Corriamo, allora, a riprenderci le strade e le piazze, perché lo spazio pubblico, reale e simbolico, ha bisogno di noi e delle nostre parole. Corriamo a infestare il paese con le nostre politiche, perché non esiste alcuna idea sana di nazione senza un pensiero che sia radicalmente frocio. Corriamo dalla commissaria europea Hadja Lahbib, strappiamole di mano l’orrendo zainetto e buttiamolo a mare perché noi, di un’Europa che ha bisogno di un kit di sopravvivenza, non sappiamo proprio che farcene.
Immagine in evidenza: agensir.it
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