UN NOME PER TUTT* NOI?

CACCIA ALLA MIGLIORE SIGLA LGBT+

di Simone Astarita

All’acronimo LGBT, lesbica, gay, bisessuale, transgender, si aggiungono spesso altre lettere: I per intersex, P per pansessuale, A per asessuale e Q per queer o questioning (alle volte indicato con U di undecided) sono solo le più comuni. Altre rappresentano tradizioni locali: H per hijra, identità del subcontinente indiano, e 2, 2s o Ts per two-spirit, genere di alcuni nativi del nord America. Si aggiungono il simbolo più (+), un asterisco (*), oppure O per others, per i membri non nominati. La sigla scelta è anche una questione politica. La seconda A per alleato/a è spesso dibattuta, come la seconda P per poliamore. La I può essere criticata dalle persone intersex stesse, che non sempre si sentono parte del movimento. La corrente transfobica drop the T, fate cadere la T, vuole invece escludere le persone trans. Un acronimo con troppe poche lettere è accusato di essere poco inclusivo, mentre alcuni deridono quello troppo lungo, la cosiddetta “zuppa dell’alfabeto”. 

È possibile anche allontanarsi da LGBT in toto. Vi sono varie alternative: Gsm (Gender and Sexual Minorities), minoranze sessuali e di genere; Gsd (Gender and sexual diversity), diversità sessuale e di genere; Moga (Marginalized orientations and gender alignments), orientamenti e allineamenti di genere marginalizzati, o Mogi (Marginalized orientations and gender identities), orientamenti e identità di genere marginalizzati.

Queste opzioni, a cui può essere aggiunta la I di intersex, descrivono ciò che ci rende una comunità, ma sono criticate perché pongono il focus sul lato minoritario della stessa. Porre le discriminazioni nelle nostre rappresentazioni sarebbe in contrasto con il desiderio di autodeterminarsi. Sogi (Sexual orientations and gender identities), orientamenti sessuali e identità di genere, con a volte Sc (Sexual characteristics)  per caratteri sessuali, evita il problema, ma è così generale che, interpretata letteralmente, raggruppa tutti gli umani. Il suo uso è inoltre legato più a organizzazioni come le Nazioni Unite che all’attivismo. Lo scarso successo di queste varianti, che rimangono perlopiù sconosciute, fa propendere per espressioni generali come “comunità pride”, ma neanche queste hanno attecchito. L’unica eccezione, affermatasi nel mondo anglosassone, è “queer”, ma è stato per molto tempo un termine dispregiativo e la sua riappropriazione non evita che alcuni lo percepiscano ancora come tale. Fa anche riferimento a un pensiero politico radicale che spesso si oppone al movimento LGBT+ mainstream, rendendone l’uso all’interno dell’acronimo probabilmente illogico.

Imporre una scelta è impossibile e appellarsi a dei valori condivisi è difficile: è l’uso di una parola a determinarne il destino, non una scelta di pochi. Una sigla difficile da pronunciare scompare perché non viene usata nella quotidianità. Una inclusiva non si diffonde perché è più conveniente usare l’opzione già nota. Avremmo il potere di cambiare il nostro linguaggio, che è un campo di grandi battaglie, ma il movimento LGBT+ non è d’accordo su cosa renderebbe una parola quella ideale. Forse i confini della comunità sono più sfumati di quanto non pensiamo ed essa non può essere rappresentata da un acronimo che tenti di elencare tutte le componenti, anche perché quali di queste siano presenti dipende dal contesto socio-culturale. Tuttavia, è complesso definirla in altro modo senza cadere in definizioni negative e ciseteronormate, come non accettata, non normale e non maggioritaria.

Anche se adottassimo il termine perfetto – e sarebbe perfetto solo nel suo contesto – cosa cambierebbe? Ormai parte della nostra lingua, l’acronimo LGBT è usato per capirsi anche tra persone con visioni politiche diverse. In questo senso, sta diventando un simbolo: sono gli individui a decidere, in base a educazione, esperienza e morale, chi includere. Come l’etimologia di una parola, le lettere di un acronimo non determinano il campo semantico che copre: la stessa sigla può avere più significati e sigle diverse possono essere sinonime. Questa discussione è quindi sintomo di un problema più profondo: alcuni orientamenti e identità sono e si sentono esclusi non a parole, ma nel concreto della propria esperienza. Una certa sigla può indicare l’appoggio a una causa, ma esso deve essere dimostrato per essere reale. Il futuro dei nostri nomi non sarà determinato da diatribe filosofiche fatte dall’alto. Dobbiamo invece introdurre nella pratica dell’attivismo i nostri valori. Non avremo un nome per tutt* noi senza una comunità per tutt* noi – chiunque noi siamo.

Pubblicato sul numero 48 della Falla, ottobre 2019

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