GIOVANNI E MARIO: IDENTITÀ DI GENERE E SCRITTURA DI STORIA

PER UNA NARRAZIONE SENZA VIOLENZA

di Maya De Leo

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Le persone assegnate femmine alla nascita e vissute nel genere maschile non sono mai mancate nella storia, ma è solo a partire dalle soglie dell’età contemporanea che tali esperienze vengono associate specificamente all’orientamento sessuale. Il caso di Giovanni Bordoni, descritto nel libro a lui dedicato nel 1744 dal medico Giovanni Bianchi, testimonia questo cambiamento. Bianchi conosce Bordoni nel 1741: a servizio presso un gentiluomo di Anghiari, il ragazzo è noto a tutti come impenitente donnaiolo. Due anni dopo, ferito a una gamba con un’arma da fuoco, sembra non voler accettare cure. La sua situazione si aggrava e il medico è chiamato d’urgenza, ma non riesce ad arrivare in tempo. Nel referto dell’autopsia scriverà: «per parere uomo da vero un bel Piuolo di Cuojo ripieno di Cenci s’era fatto, che sotto la camiscia teneva». Dopo la morte, il corpo di Giovanni è letto come femminile, e il medico insiste proprio sulla sua supposta femminilità: «Non avea questa Giovane una maggior Clitoride dell’altre». 

Non era nel corpo l’origine del suo amore per le donne, insiste Bianchi, ma nella psiche, come diremmo oggi: «Non d’altro amore si sentì mai accesa che verso le Fanciulle sue pari, alle quali sempre tenea dietro ardentemente, amandole non come Fanciulla, ma come uomo stata fosse». Questo aspetto del racconto del medico, ovvero il riconoscimento di un’attrazione innata ed esclusiva per le persone del proprio genere, costituirebbe una delle prime teorizzazioni dell’omosessualità, categoria che si impone infatti alle soglie della contemporaneità e proprio in ambito medico. Anche il sociologo che per primo in una pubblicazione (2001) ci narra questa storia prende per buona la prospettiva del medico, descrivendo Giovanni Bordoni come «una donna che si innamora di altre donne», cui ci si riferisce con il nome attribuitogli alla nascita. 

Più di centocinquanta anni dopo il caso di Bordoni, nel 1911, un’altra vicenda cattura l’interesse dell’opinione pubblica napoletana, suscitando l’interesse di psichiatri e criminologi e l’attenzione dei quotidiani più letti: il quindicenne Mario ha dato scandalo, venendo riconosciuto come «fanciulla in abiti maschili» e causando scompiglio presso un noto cafè chantant della città. Mario, a Napoli, ha svolto vari mestieri: barbiere, garzone di biciclette, fattorino, attore. Viene arrestato per quella che la polizia scientifica definisce la «strana mania» di indossare un abbigliamento non conforme al genere attribuito alla nascita. Come nel caso di Giovanni, anche Mario viene identificato dai medici come una «Ragazza quindicenne con tendenze omosessuali», che «mostra ripugnanza per la funzione sessuale [ovvero il sesso penetrativo eterosessuale, ndr] mentre si diletta a fermare spesso per le vie delle sartine in aria di conquista». La perizia insiste sulla femminilità del suo corpo – «nulla di teratologico appare nella sua conformazione somatica» – mentre la stampa non risparmia toni voyeuristici: «le labbra tumide», «le forme squisitamente modellate». 

Mario verrà nuovamente arrestato a Roma l’anno seguente, con la medesima accusa di travestimento e col medesimo clamore, trascorrendo tre giorni alle Mantellate e facendo poi perdere le sue tracce. Anche se «quando parla di sé non una volta le sfugge il genere femminile: presentata come un giovanotto o creduta tale sorride di compiacimento, mentre il suo viso si vela di melanconia se le vien detto che sarà costretta a vestire da donna», Mario, secondo i medici, incarna il lesbismo. Anche la storica che ha raccolto la sua storia lo ha individuato come «lesbica», «travestita», «donna» cui ci si riferisce col nome attribuito alla nascita. Se è chiaro l’intento di evitare anacronismi utilizzando la categoria di trans*, concettualizzata solo in tempi a noi più vicini, altrettanto evidente è l’insufficienza delle altre categorie utilizzate, che negano proprio l’esperienza che si cerca di restituire. La storia Lgbt+ ci pone costantemente di fronte all’inadeguatezza delle nostre convenzioni di genere e delle categorie che utilizziamo per descriverle: non solo quelle che designano le sessualità queer, ma anche e soprattutto quelle di “donna” e “uomo”, che osservate al lavoro in contesti diversi dal nostro, e quindi con quella distanza che agevola lo sguardo critico, mostrano, oltre alla loro inaccuratezza, tutta la loro violenza epistemica. Immaginare una narrazione di storia che si apra ad accogliere tutta la complessità di queste vite ed esperienze del passato è inoltre la sfida che ci si offre per allargare l’orizzonte di pensabilità e di immaginabilità del nostro stesso presente e futuro.

Pubblicato sul numero 47 della Falla, luglio/agosto/settembre 2019

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