SCHITT’S CREEK

DAL CANADA CON AMORE, UNA SERIE IMPERDIBILE

di Elisa Manici 

Pare che una serie tv, per essere considerata chic e qualitativamente interessante, debba per forza parlare di temi angoscianti o di crimini efferati. 

Schitt’s Creek è un piccolo, grande gioiello, ancora non disponibile in Italia, che dimostra la fallacia di questo presupposto. 

Stasera in Canada e negli Stati Uniti, rispettivamente sulla rete pubblica Cbc e su quella a pagamento Pop, andrà in onda la première della sesta e ultima stagione di uno show il cui successo è aumentato pian piano, e che ha avuto una sferzata di notorietà grazie allo streaming su Netflix.

La sitcom ha debuttato nel 2015, ed è co-creata da Eugene Levy, grande attore e comico canadese che ha lavorato molto anche a Hollywood, insieme al figlio Daniel, che ne è anche scrittore e showrunner.

Il presupposto è semplice: un magnate dell’home video e la sua famiglia, i Rose, perdono tutto perché il loro commercialista li aveva ingannati, non pagando le tasse per anni. L’unica proprietà che lascia loro il fisco, ritenendola per nulla remunerativa, è Schitt’s Creek, cittadina persa nel bel mezzo del nulla, che il padre Johnny comprò per il figlio David come regalo gag per il suo sedicesimo compleanno, visto il nome che risuona con shit (merda in inglese, ndr). Padre, madre e i due figli adulti si trovano a trasferirsi lì, vivendo in due camere adiacenti di un motel malmesso, e a doversi inventare una nuova vita in un posto rispetto al quale sono alieni totali a cominciare dal look. La madre Moira Rose, attrice di soap non più in auge, dall’accento artificioso e affettato, è interpretata dalla strepitosa Catherine O’Hara, regina della commedia, che ha recitato ovunque, da Mamma, ho perso l’aereo a Beetlejuice di Tim Burton.

Nel corso delle stagioni, i diversi membri della famiglia compiono un percorso di crescita mai stucchevole, dimostrandoci che è possibile ridere di gusto senza offendere nessuna minoranza oppressa, e acquisire sempre maggiore profondità man mano che le stagioni vanno avanti. 

Dan Levy, gay nella vita, nella serie pansessuale, ci dona la migliore definizione di pansessualità mai sentita in uno show televisivo. Oltre ad altri numerosi premi tra il Canada e gli Stati Uniti e a un pugno di nomination agli Emmy, cosa straordinaria considerando anche il budget ridotto dello show rispetto agli altri nominati, Daniel Levy è stato premiato con un Glaad media award nel 2019, per il suo lavoro straordinario nella rappresentazione dell’omosessualità dentro la serie. 

Come ha dichiarato O’Hara al Los Angeles Times, che è andato a trovare il cast sul set negli ultimi giorni di riprese, «Nessuno mi aveva mai parlato del fatto che questo show sarebbe stato scritto partendo dall’amore e sull’amore. Non è mai venuto fuori come alcun tipo di agenda. È solo il mondo in cui Daniel vorrebbe vivere».

E quindi non esiste l’omofobia a Schitt’s Creek, se non come timore infondato. E quindi il coming out tardivo del trentenne Patrick, il socio e love interest di David, è gestito nel rispetto della sua paura che qualcosa cambi nel rapporto coi suoi, ma con una delicatezza commovente: i genitori sono disturbati, sì, ma dall’idea che il figlio non si sentisse abbastanza a suo agio con loro da parlare di sé liberamente.

A Hollywood, sul leggendario Sunset Boulevard, l’advertising di quest’ultima stagione è un gigantesco manifesto di David e Patrick che si baciano, cosa che è stata commentata così da Daniel Levy su Instagram: «C*zzo, sì. Ce l’abbiamo fatta. Brillate, amici. Sono molto grato a Pop tv e alla Cbc per il loro sostegno su questa campagna che il me stesso adolescente non avrebbe mai sognato essere vera».

Schitt’s Creek alla sua sesta e ultima stagione è un frutto maturo pronto per essere colto: non fatevelo sfuggire, e apprezzate la rara saggezza del fermarsi quando i personaggi hanno ancora un senso, nonostante il successo arrivato in anni di lavoro.

immagine in evidenza realizzata da Ren Cerantonio

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