di Davide Pagani

La mia periferia è stata la Sardegna. Isola spesso dimenticata, quasi immaginaria, la gente se ne ricorda solo nei mesi estivi se pensa alle sue spiagge caraibiche. Figuratevi io, brianzolo d’origine e manco appassionato di mare, quanto ne potessi sapere. In Sardegna ci sono arrivato quasi per sbaglio, colmo di preconcetti e pieno di non detti; erano gli anni universitari ed era la mia prima esperienza fuori casa. Chissà perché, allora c’era un nodo a metà fra stomaco e gola che non mi permetteva di goderli appieno.  Ho perso letteralmente anni a compiere passi senza significato per allontanarmi sempre un po’ di più: dai colleghi di una facoltà fin troppo piccola, dalle malinconie che mi tenevano legato a casa, da me stesso, in fondo. Ero allo sbaraglio e procedevo a tentoni. Poi, piano piano, è arrivata una consapevolezza (la prima di tante, ancora in corso): potevo scegliere! Potevo decidere se fermarmi e rimanere immobile per sempre, oppure potevo muovermi e cercare una direzione che rispecchiasse il mio sentire. E così è stato. L’incoscienza, mista a qualche sana sbronza, mi ha sempre aiutato, anche in quel salto a occhi chiusi verso l’ignoto. Basta emozioni di facciata, qui bisognava giocare di profondità, venire a patti con le proprie paure e spingersi oltre. È così che ho iniziato davvero a vivere. Ho riscoperto Sassari e me ne sono innamorato, ho riscoperto amicizie di fiducia e una realtà associativa LGBT+ piccola, se paragonata a quelle di altre regioni, e complicata. Complicata come tutte le cose che poi hanno un vero valore. Mi ha insegnato ad apprezzare il confronto, i toni che prima erano confusi ora diventavano sfumature meravigliose. Scoprivo la Sardegna, quella vera, e scoprivo me stesso. Tra capitomboli emotivi e conquiste di fiducia, giorno dopo giorno in me cresceva un sentimento di orgoglio, forte e liberatorio. C’era tanta pienezza nel vento che spazzava l’isola e ce n’è altrettanta nei legami che ho intessuto a Sassari, vino mischiato a pelle e storie che non dimenticherò facilmente. Ho trovato una famiglia e una casa fatta di scorci di cielo, di piazze accoglienti, senza muri e piena di orizzonti. Forse un po’ di periferia me la porterò sempre appresso, è la parte di me che muove ancora le mie gambe quando hanno fame di passi. Ora però fanno meno male, hanno un senso e hanno un sapore diverso: sanno di scoperta.

Pubblicato sul numero 59 della Falla, Novembre 2020