Il saggio Queer. Storia culturale della comunità LGBT+, scritto da Maya De Leo, prima docente in Italia di una cattedra di Storia dell’omosessualità, all’Università di Torino, è diventato un caso editoriale (già alla seconda edizione dopo le 5.000 copie andate esaurite in una settimana). Il primo resoconto storico-culturale delle soggettività LGBTQ+ è stato pubblicato da Einaudi nel maggio 2021 e verrà presentato a Bologna il 4 settembre, all’interno del festival Gender Bender, organizzato dal Cassero LGBTI center. De Leo ha risposto ad alcune domande in anteprima per La Falla.

CC: Quanto bisogno c’è di far comprendere concetti come quelli di genere – e le sue evoluzioni storiche – alla cultura mainstream, permeata ancora dal determinismo e dall’essenzialismo biologico? In questa ottica, qual era la volontà alla base del libro, della sua costruzione e della sua pubblicazione? D’altronde già dall’indice si nota la volontà di risultare accessibile e comprensibile al grande pubblico. Non è un caso che l’editore sia Einaudi, immagino. 

MDL: Il libro nasce dall’esigenza di fornire un testo universitario che fosse accessibile e fruibile sia dal punto di vista del contenuto sia del linguaggio e che non allontanasse chi legge da non specialista. Per questo, per esempio, ogni capitolo può essere letto anche autonomamente dagli altri, in ordine sparso. La mia intenzione è stata quella di rivisitare la tradizionale forma manuale: la struttura del libro riprende quella del mio corso all’università di Torino, incentrato sullo studio delle fonti, in una forma più seminariale possibile (una classe triennale permettendo). Ho cercato di tenere insieme rigore e chiarezza e in questo l’attività didattica mi ha certamente aiutato tantissimo.
Einaudi rappresenta un traguardo non solo per me come storica ma per la comunità LGBTQ+ intera. Ѐ una casa editrice che permette di arrivare e comunicare al grande pubblico, il suggello dell’uscita dal ristretto ambito specialistico.

CC: Entrando nel merito del libro: quanto l’evidenza del dimorfismo sessuale serve a dimostrare come il genere sia un costrutto storico sociale e culturale? Quanto tempo ci vorrà ancora per te, e qual è la strada perché si possano superare le implicazioni politiche, sociali e religiose a cui esso è collegato?

MDL: È nostra abitudine considerare il genere, come anche altri concetti, come qualcosa di astorico, universale e naturale. Come cerco di mostrare anche storicamente nel libro, si tratta invece di una costruzione culturale mutevole, sempre leggibile solo se inserita nel relativo contesto sociale e storico. Così, anche i sistemi di genere sono soggetti a una trasformazione costante. Pensiamo già solo a come l’emergere nel discorso pubblico delle identità non binarie abbia creato una profonda crepa nel linguaggio mostrandone i suoi limiti.

CC: «La patologizzazione della sessualità e delle identità queer viene inserita in un pervasivo e coerente discorso razzista . […] Il processo di civilizzazione sia descritto nei termini di un percorso di progressiva affermazione del dimorfismo sessuale, incarnato – ovviamente dai corpi delle popolazioni bianche e minacciato invece da quello delle popolazioni razzializzate» (pp. 87-88).
A questa poi s’interseziona la discriminazione di classe. Come questa narrativa si è modificata nel tempo e perché? Come ha modificato l’immaginario collettivo sulle persone queer?

MDL: La trasversalità delle costruzioni retoriche rispetto agli schieramenti politici dimostra l’efficacia del discorso essenzialista cisetero-normato, che identifica la persona queer come l’incarnazione dei disvalori, una minaccia all’ordine costituito, il Chaos incombente. Su quest’asse retorico nel corso dell’Ottocento si sono stabiliti i canoni contemporanei di normalità e devianza. È infatti a partire da fine Settecento, con la Rivoluzione francese, il crollo della società per ceti e l’avvento dello stato-nazione, che il genere assume una nuova centralità nella definizione del “cittadino” e della “cittadina” moderni. 

In questo senso, la storia LGBT+ intreccia molti processi più generali, come quelli ai quali fai cenno: la criminalizzazione della povertà, il colonialismo, il razzismo “scientifico” per esempio, segnano l’emergere di un nuovo discorso patologizzante e disciplinante sulle sessualità che attraversa le nascenti scienze sociali e mediche. Sempre a partire dal tardo Settecento, le preoccupazioni di tipo medico sono servite a legittimare la condanna morale, non solo dell’omosessualità ma della sessualità non riproduttiva in generale. Aumenta notevolmente la diffusione e circolazione di materiale divulgativo, come i manuali sulla vita sessuale coniugale, le campagne contro la masturbazione e, ovviamente, il controllo sempre più pervasivo su ogni aspetto del corpo femminile.

Un importante momento di rottura in questa narrazione è senz’altro da collocarsi nel contesto dei movimenti studenteschi, femministi, postcoloniali, antirazzisti e, naturalmente, LGBT+  a partire dagli anni ’60 e ’70. Certo, non tutto il movimento LGBT+ era compattamente rivoluzionario: già dall’800 sono coesistite posizioni diverse e anche confliggenti nel dibattito tra assimilazionismo e rottura radicale. Spesso questa contrapposizione ha anche una forte connotazione generazionale che aggiunge ancora nuove chiavi di lettura, che in parte cerco di esplorare nel libro. Attraverso queste trasformazioni si è modificato anche l’immaginario comune, in un processo in costante accelerazione che continua a svolgersi sotto i nostri occhi.

CC: Quale pensi possa e debba essere il ruolo della storia nella diffusione delle tematiche di genere e della storia dei marginali? Riprendendo in parte la prima domanda, quale linguaggio e strumenti deve adottare per penetrare e farsi ascoltare dalla società e dal grande pubblico, senza però dover sacrificare sull’altare del successo e della semplificazione il rigore dei risultati e i concetti  della ricerca storica? Infine, quanto invece è il panorama storico ad aver bisogno di un libro del genere, e qual è la sua accoglienza all’interno dell’Accademia?

MDL: Penso che ci sia molta richiesta di storia, come dimostra la diffusione e il successo della public history. Alla storia spesso vengono richieste risposte chiare e semplicità ma il suo ruolo invece è quello di problematizzare. Talvolta mi ritrovo a non poter dare alle persone le risposte che si aspettano: d’altra parte, secondo me, la storia più che dare risposte deve insinuare nuovi dubbi, insomma, ti deve togliere il terreno sotto i piedi… il primo passo è quello di accettare l’alterità del passato rispetto al nostro presente senza farci sopraffare dal desiderio di proiettarci sulle persone e sulle esperienze del passato; dobbiamo iniziare a prendere sul serio il tempo che ci separa da queste altre persone.

La storia può essere interessante, può essere raccontata al grande pubblico anche senza perdere il suo rigore e la sua legittimità. Sul versante editoriale, mi auguro che questo mio libro dia il coraggio anche ad altri editori, facendo comprendere che il tema LGBTQ+ interessa e che ci si possa investire anche trattandolo come argomento storico.

Per quanto riguarda la ricezione del mio testo, l’Accademia ha dei tempi più lenti, dovuti anche ai meccanismi di peer-review delle recensioni, così… aspettiamo e incrociamo le dita! Intanto, mi ha fatto piacere ricevere gli inviti della Scuola Superiore Sant’Anna e de* student* della Scuola Normale Superiore qui a Pisa.
Ma mi fa piacere anche vedere come il dibattito stia trovando un suo spazio in luoghi “storici” importanti per l’attivismo, primo fra tutti, il Cassero di Bologna che approfitto per ringraziare, assieme alle pagine della Falla per il prezioso spazio che mi ha offerto.

Immagine in evidenza da donnamoderna.com