APPUNTI DA LESBICX TORINO

Parlano, le donne, parlano: ma le lesbiche, si sa, «non sono donne», e la loro presa di parola complica il quadro e le genealogie. Lesbicx tenta la «riemersione imprevista», e in questa seconda edizione torinese si fa attraversare dalla dialettica. 

Due le traiettorie più evidenti. Una segue i flussi migratori e le dinamiche di razzializzazione, con tre incontri dedicati alle testimonianze di lesbiche con background migrante e alla riflessione su materialità e metaforicità dei confini. 

La seconda oscilla tra la rappresentazione lesbica e la rottura dell’autorappresentazione cisgenere, tra la lesbicità nell’industria audiovisiva e nelle produzioni indipendenti, e un question time sui posizionamenti trans/lesbici. La carta di questi percorsi mappa una comunità in ricostruzione, è il brusìo di una presa di parola ancora da approfondire.

Nell’analisi delle soggettività inizia a farsi spazio la materialità: le difficoltà incontrate nei paesi d’origine e quelle nel confronto con l’Italia, un paese bianco, maschile ed etero. Si dà rilievo anche al ruolo di associazioni che talvolta fanno la differenza, ma si sottolinea la necessità di non torcere le storie individuali contro se stesse, soprattutto da parte dei dispositivi polizieschi e giuridici che impongono di parlare contro il paese d’origine. 

La dialettica con la propria cultura, compreso il confronto con la cultura di approdo, è un corpo a corpo, in cui può prevalere nostalgia o repulsione, sul quale la mentalità bianca vorrebbe imporre un’unificazione narrativa, l’indifferenziazione dei percorsi di vita, di lavoro e di relazione. Le lesbiche non sono solo lesbiche, le persone nere non sono solo nere, le persone trans non sono solo trans. 

Prassi e metodo intersezionali sono discussi con la difficoltà di tenere insieme piani solitamente distinti. Si nota l’insufficienza delle complicità antirazziste, da riarticolare a partire dalle vite stesse e dall’intrecciarsi collettivo dei bisogni. Ugualmente, la Ztl (zona trans lesbica, ndr) è plurale e specifica al contempo: le trans lesbicx guardano allo xenofemminismo inglese e ai femminielli napoletani; sulla medicalizzazione trans hanno un occhio europeo e globale; si nomina in metafora una «classe frocia», si suggeriscono specificità di messa al lavoro del genere.

Il lavoro lesbico nello spettacolo dà suggerimenti in questo senso: quanti soggetti queer lavorano nell’industria audiovisiva, subendo censure preventive, modifiche o eliminazioni di progetti su rappresentazioni lesbiche non stereotipiche? Quanto si è costrette a presentare personaggi LGBT+ di rappresentanza in progetti assolutamente conformi? 

Il campo del pinkwashing nel panorama italiano esce piuttosto ristretto; più ampie invece le assonanze col movimento femminista sulla gestione delle carriere e delle aspettative sulle lesbiche. Chiacchiero, con un’amica, di riproduzione. Da precaria, mi dice: «a me, da lesbica [bianca], il capitalismo non chiede più di riprodurmi, ma di fare gli straordinari: dal punto di vista dell’azienda non ho una famiglia». Uno spunto, non raccolto, veniva dalla presentazione dei due libri su Valerie Solanas: Scum si apre con la proposta politica di «rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione completa e distruggere il sesso maschile». Nel sarcasmo della frase c’è l’occasione di una domanda: perché una lesbica chiede la piena automazione?

Nei tavoli si rielaborano i temi discussi, in ascolto e in cospirazione. 

Tenersi insieme, continuare: altro che non aver famiglia, i soggetti queer costruiscono relazioni e s/famiglie continuamente, tessono – quando non sono impegnate a litigare per l’egemonia sulle briciole – le trame di un altro mondo possibile. 

Non è più tempo di tentativi maldestri di ripensamento di sé a partire da barricate su una pratica – molto poco lesbica – come la gestazione per altri, ma di marciare compatte a fianco e in confronto col movimento LGBT+ e con quello femminista, tenendo in mente il quadro globale dell’egemonia delle estreme destre. 

«Non dividiamo la classe, cazzo!», si impone dal tavolo Ztl. Questa riemersione imprevista sarà all’altezza della sfida?

Pubblicato sul numero 51 della Falla, gennaio 2020