LA FRECCIA AVVELENATA

LA MASCOLINITÀ TOSSICA E IL RIFIUTO DI CAPIRE COS’È

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di Lorenzo Gasparrini

Dice il vocabolario etimologico che l’aggettivo “tossico” viene dalla parola che designava la freccia dell’arco, la cui punta veniva avvelenata per risultare più letale. Questa antica origine si adatta bene all’uso col sostantivo “maschilità”: come un’arma veloce e saettante, la maschilità tossica avvelena rapidamente e velocemente tutto quello in cui passa, volando tra le persone, contaminando linguaggi e comportamenti, rimanendo misteriosa la sua origine e il suo traguardo. Sgombriamo il campo da un facile pregiudizio, da una banale sciocchezza difensiva ripetuta da tanti uomini e tante donne: non stiamo generalizzando, nessun uomo nasce velenoso per sé e per le persone intorno. Quello di cui si parla è un ruolo sociale creato, tramandato, appreso tra gli uomini come normale maschilità, come un comune “essere uomo” che invece si rivela un fenomeno sociale preoccupante, molesto quando non violento.

Quando si mostrano le statistiche e gli studi, ormai noti e a loro volta comprovati da tempo, che dimostrano che nei luoghi di lavoro gli uomini interrompono le donne, bisogna ancora superare battute, posizioni difensive, accuse di parzialità, risate, prima di far capire che i comportamenti oppressivi non sono solo quelli facilmente identificabili attraverso un’azione fisica violenta. Interromperla per togliere la parola, spiegare al posto di un’altra, consigliare su argomenti di pertinenza di lei: sono fenomeni così diffusi che ci s’illude siano normali o, peggio, che accadano a tutti indistintamente. E non è così.

Ancora tanti uomini rifiutano di capire come un semplice fischio per strada possa essere una molestia. Sono gli stessi che non fanno più caso che sia quel fischio, sia un apparentemente innocuo «ciao, bellezza!» sono abusi: sono l’espressione del diritto, che qualcuno si è arrogato, di parlare apertamente del corpo altrui. Una cosa che agli uomini piacerebbe molto poco se gliela si facesse abitualmente, ma che loro sono usi fare tranquillamente, in virtù di quella cultura chiamata patriarcato, che molti e molte sostengono non esistere – più o meno come un pesce nell’acquario direbbe «quale acqua? Quale acquario?».

Non a caso quel sentire comune che accompagna l’incredulità, lo scetticismo e la dissacrazione – altre frecce avvelenate – intorno ai femminismi e alle questioni di genere si chiama cameratismo: quel sentimento di solidarietà che quando ha per base l’identità con il tradizionale e stereotipato binarismo di genere, serve solo a continuare appunto quel patriarcato opprimente. Il suo contrario è la parità, ma è difficile spiegarla, com’è difficile accorgersi dei danni che può fare un iceberg. Tutti notano la piccola parte emersa – femminicidi, arti rotti e lividi – e pochissimi si ricordano che quella che fa affondare il transatlantico è la parte che non si vede, che non si nomina, molto più grande: fischi per strada, battute, mansplaining, complimenti, galanteria, cavalleria, ricatti economici ed emotivi… E tutta la montagna di sessismo che ancora riempie le relazioni. Sessismo usato soprattutto da una mascolinità tossica alla quale tutto ciò è insegnato come la propria identità, e che rifiuta di riconoscerlo.

Quella stessa tossicità che non permette di comprendere, né di diffondere, il concetto di privilegio maschile. Molti pensano che il privilegio sociale nel nascere maschi bianchi cis etero occidentali consista nello spassarsela, nel vivere senza problemi – e quindi rifiutano tutto ciò come una sciocchezza femminista. Invece quel privilegio di genere consiste nell’avere più possibilità di altri, nelle stesse condizioni. Essere disoccupati è difficile, ma essere disoccupata e donna è peggio. Essere neri è difficile, essere nera e lesbica di più. Dovrebbero essere cose ovvie, basterebbe ascoltare la vita di chi non è maschio bianco cis etero e occidentale, ma disporsi all’ascolto delle vite altrui è ancora, purtroppo, una cosa che va insegnata, perché non fa parte di una cultura diffusa – come la parità

Diceva Emmeline Pankhurst, più di un secolo fa: «dobbiamo liberare metà della razza umana, le donne, così che possa aiutare a liberare l’altra metà». Una freccia avvelenata, la maschilità tossica, continua a colpire quella metà dell’umanità che vorrebbe solo le stesse libertà dell’altra, la quale a sua volta rifiuta di comprendere che da quella libertà ha tutto da guadagnare.

Pubblicato sul numero 52 della Falla, febbraio 2020

Immagini da sott.net, ilpost.it

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