DANZARE SUL FILO DEL POLITICALLY CORRECT

LA DIFFICILE ARTE DELLA STAND UP COMEDY LGBT+

di Chiara Sabatelli

Era il 1993, quando Lea Delaria – che abbiamo apprezzato nei panni di Big Boo in Orange is the new black – salì sul palco del Arsenio Hall Show, esordendo con una frase che avrebbe cambiato per sempre il mondo della stand-up comedy. «It’s the nineties – disse – it’s hip to be queer, and I’m a big dike!», diventando la prima comica lesbica ad apparire su uno schermo negli Stati Uniti. Lea Delaria, inoltre, con quell’esibizione  si affermò come una delle prime stand-up comedian che avrebbero aperto la porta di quell’armadio (anzi, che lo avrebbero fatto saltare con una fiamma ossidrica, a sua detta) attraverso cui la nuova generazione de* comic* queer sarebbe entrata a gamba tesa nel mondo della stand-up, non più come l’oggetto cui erano indirizzate le battute dei comici maschi bianchi cisgender, di cui quest’arte è stata sempre dominio esclusivo. 

Erano gli anni Novanta, eppure questi ultimi trent’anni non sono bastati a evitare che molti comici utilizzassero lo spazio dei loro monologhi come «ultimo bastione dell’omofobia e del sessismo», ha dichiarato Delaria in un’intervista al Guardian. È proprio questa, in effetti, una delle caratteristiche imprescindibili della stand-up comedy: accapigliarsi con i luoghi comuni, scardinare i tabù, scagliarsi contro l’intoccabilità di certi argomenti, fornendo in questo modo a chiunque la possibilità di essere accolt* con risate invece che con derisione, anche quando si ha appena assistito ad una chiara dimostrazione di omolesbobitransfobia, grassofobia, misoginia o razzismo. Ecco, dunque, che sorge spontanea una domanda, che è poi una delle maggiori contraddizioni su cui si fonda la stand-up: qual è il confine tra il politicamente corretto e il «fattela ‘na risata!»? 

Se, come affermò a suo tempo George Carlin, considerato tra i più rivoluzionari stand-up comedian americani, «è dovere del comico scoprire dove è tracciata la linea e poi attraversarla deliberatamente», allora sarà necessario avviare una riflessione su quanto importante sia il gesto di responsabilità che un pezzo comico comporta verso la comunità o minoranza a cui si rivolge. Ciò non significa, chiaramente, che chi sta sul palco debba plasmarsi sulle richieste del suo pubblico, a seconda delle sue eventuali sensibilità, ma anzi significa riuscire a rendere quella quarta parete uno specchio in cui rivedersi nei propri limiti e contrasti. Certo, come è evidente, il confine è davvero molto poroso e tutt’oggi si fa fatica a capire cosa si può dire e cosa invece offende a ragione. 

A questo proposito, durante una recente chiacchierata, Matteo Fallica, uno dei volti emergenti della scena nazionale, ha cercato di chiarire questo concetto così opaco con un esempio che dovrebbe spazzare ogni perplessità. «Se durante un open mic, [serate in cui artist* di qualsiasi esperienza sperimentano pezzi nuovi davanti ad un pubblico; a Bologna c’è il BrewDog, di cui Fallica è ormai resident, ndr] arriva un* comic* che inizia a pronunciare la parola frocio ripetutamente e senza motivo, quel tipo di comicità non solo non fa ridere, ma è soprattutto banale». Se, invece, con quello stesso termine, si porta l* spettator*, che non va mai sottovalutat*, a riflettere su come venga utilizzato nella nostra società, allora la comicità diventa un mezzo potentissimo. Continuando, Fallica mostra un altro caso, mettendo a confronto due battute con cui due grandi nomi della stand-up comedy internazionale hanno scatenato negli ultimi tempi diverse discussioni. Da un lato c’è Ricky Gervais, che tornando sul palco dei Golden Globes nel 2012 pronunciò, deplorevolmente, «Sono cambiato. Non tanto quanto Bruce Jenner, ovviamente». La sua cifra notoriamente provocatoria, però, ha perso colpi – racconta il comico bolognese – dal momento in cui ha utilizzato la sua grave battuta transfobica anche in diversi suoi spettacoli successivi pur di dimostrare di non piegarsi al (secondo lui) bigottismo della società statunitense, senza curarsi della singola persona che aveva palesemente offeso, chiamandola con il suo dead name. Dall’altro lato, invece, c’è Dave Chappelle, il quale durante il suo spettacolo Sticks & Stones ha diviso il pubblico con una battuta sulla comunità trans. Qui, secondo l’opinione non solo di Matteo, ma anche di divers* stand up comedian gay e trans, avrebbe portato alla luce alcune problematiche che le persone T sono costrette ad affrontare ancora oggi, come appunto l’uso sbagliato dei pronomi, restituendo, così, un quadro abbastanza chiaro della situazione in cui questa comunità vive.

Se, però, nei Paesi anglosassoni si può parlare di una tradizione comica fatta di Late Night Show, microfoni, sgabelli e mattoni rossi, in Italia l’atmosfera è di certo differente. Abbiamo chiesto proprio a Fallica di spiegarci l’evoluzione della live comedy in Italia e se, in effetti, possiamo dirci incagliati in quella tradizione cabarettistica che ha fatto del tormentone la sua chiave di volta e che oggi è vissuta come logora e ripetitiva. «Anche se nell’ultimo anno la stand-up ha raggiunto un pubblico molto vasto grazie a Netflix, in realtà nei locali cittadini è presente già da molti anni. Il gruppo Satiriasi, per esempio, è stato fondato nel 2009. In merito alle tematiche LGBT+ poi, non c’è dubbio che tanti limiti siano lontani dall’essere superati. Innanzitutto perché – continua – chi come me è cresciuto nei primi 2000 a pane e Mediaset sa bene come la macchiettizzazione delle persone gay (ma non solo, come dimenticare l’esplicita grassofobia di «Chi è Tatiana?», ndr) rispondesse a un presunto bisogno di semplificazione da parte degli italiani». Così, il ricorso a queste cosiddette maschere ha lasciato, in realtà, un’impronta profonda nella comicità italiana e, negli anni, danneggiato la visibilità delle persone LGBT+. «C’è ancora molto da fare – conclude Fallica – soprattutto per quanto riguarda l’esiguo numero di stand up comedian donne, e soprattutto trans e lesbiche, ancora difficili da incontrare nei locali, soprattutto in confronto alle dee che fanno ormai parte dell’olimpo della stand up (da Ellen Degeneres a Hannah Gadsby, alle numerose artiste promettenti, tutte visibili su Netflix). Sicuramente stiamo facendo passi avanti nella comicità, anche se piccoli e con lentezza.  Per quanto riguarda il pubblico va detto che non tutta la vecchia generazione è irraggiungibile e ottusa, anzi se messa di fronte alla novità, la accoglie con piacere». 

Dalla positività che Matteo trasmette, non possiamo che essere fiduciose e magari sperare che presto, non solo in UK, i regolamenti dei locali vietino le battute omolesbobitransfobiche, all’insegna di una comicità intelligente, attenta e che non abbia come unico scopo l’intrattenimento del re.

Immagine dal profilo Facebook di Lea Delaria e da quello di Matteo Fallica

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