Rachele Turrisi disegna da sempre per comprendere e raccontare il mondo. Dopo la maturità scopre il graphic design e si trasferisce a Urbino per studiare all’ISIA, per poi tornare in Sicilia – a Catania – dove trova il benessere di una casa che non era mai stata sua. Milita in associazioni locali e partecipa orgogliosamente alla costruzione del Catania Pride. Sogna di non lavorare mai più e di vivere di fiori e pane caldo.
In un momento storico in cui le comunità LGBTQIA+ sperimentano nuove forme di sostegno reciproco e solidarietà, qual è stato il tuo primo pensiero quando ti è stato proposto di realizzare il poster del Pride Month attorno ai temi della cura e dell’accessibilità?
Ho pensato che è un tema molto complesso e di interesse piuttosto recente. L’esigenza di trattarlo con tanta assiduità nasce da una capacità (e volontà) di empatia molto contemporanea, direi. Di conseguenza ho pensato che sarebbe stato difficile mostrare la delicatezza e la permeanza con cui intendo cura e accessibilità, e che sarebbe stata una sfida riuscire a rappresentare una molteplicità di esigenze senza escluderne nessuna: la mia idea è che tuttə abbiamo bisogno di cura e che tuttə possiamo vivere meglio in spazi accessibili. Lo penso non perché intendo livellare le differenze, quanto più perché credo che se ognunə di noi riesce a sentirsi coinvoltə in prima persona e in tanti modi nelle pratiche di cura e accessibilità è perché allo stesso tempo ha un bisogno proprio e ha fatto suo il bisogno di altrə. Credo che questo ci renda forti e capaci di superare gli ostacoli – fisici e non – che ci troviamo ad affrontare.

Il tema dell’accessibilità è spesso raccontato attraverso l’idea di eliminare ostacoli. Nel tuo lavoro, invece, sembra prendere forma una costruzione comune. Come hai affrontato questo tema visivamente? Che significato hai voluto dare?
Sono felice che nell’immagine si legga una costruzione comune, era proprio il mio obiettivo. Volevo evitare che emergesse antagonismo tra spazio e persone che lo abitano: gli spazi si configurano sulla base delle nostre scelte e delle nostre azioni. Se ci prendiamo cura dei nostri spazi, possiamo rispondere alle nostre esigenze. Desideravo che si capisse che gli spazi che oggi ci sembrano scomodi possono diventare, domani, accessibili e accoglienti. In questo modo possiamo prenderci cura di tuttə, anche di chi non conosciamo, con piccole azioni quotidiane. Avevo inizialmente pensato a rappresentare la complessità e la difficoltà delle strade che attraversiamo e alle azioni di abbattimento delle barriere architettoniche; a come ci si possa sentire persə in un labirinto di ostacoli; a come chi può di più e meglio possa fare da facilitatorə per chi può di meno – ma tutte queste strade mi portavano a rappresentazioni sbilanciate o sulla negatività o sulla difficoltà di categorie più ristrette o sull’accezione puramente fisica dell’accessibilità. Le geometrie impossibili, invece, sono un gioco grafico (possono rappresentare uno spazio materiale e immateriale) che può essere ingannato dalla rottura della prospettiva (nella sua doppia valenza di significato): i corpi morbidi che si intrecciano e si incastrano diventano, così, la chiave di volta per superare il limite di luoghi apparentemente spigolosi e assurdi.
Ci sono aspetti della cura e dell’accessibilità che, secondo te, possono essere comunicati meglio attraverso un’immagine che attraverso un discorso o un testo?
Io sono in partenza una grande fan della comunicazione a 360 gradi: penso che le immagini e i testi possano essere tanto quanto elaborati, chiari, accessibili. Penso che dipenda sempre dal modo e dal codice che si utilizza per descrivere e raccontare le cose. Non riesco a rispondere in maniera univoca. Di istinto direi che le immagini possono trasmettere maggiore empatia, ma anche un testo ben scritto può comunicare ugualmente. Direi che la differenza sta tutta nel colpo d’occhio: un’immagine può essere sintetica e dare l’idea immediata del messaggio, per poi, eventualmente, scendere nel dettaglio della sua lettura. Il testo, al contrario, bisogna leggerlo da cima a fondo per riceverne l’intero contenuto. Quindi, forse, una immagine può essere più efficace nel comunicare immediatamente la molteplicità e la complessità della cura e dell’accessibilità.
Se fossi una canzone, quale saresti?
Around the World, dei Daft Punk
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