Con una scrittura personale, chiaramente posizionata, a tratti prolissa, appassionata ma non assertiva, l’autrice Claire Dederer svela pian piano il nocciolo di una questione che prima o poi tocca chiunque fruisca di opere d’arte: cosa succede dentro di noi quando leggiamo un libro, guardiamo un film o un quadro di persone che hanno compiuto un crimine? 

Il focus non è sull’artista da giudicare, né sulla sua colpa, bensì sui sentimenti ambivalenti di chi fruisce della sua creazione e desidera godersela malgrado tutto. Questa prospettiva, che mi sembra molto valida, obbliga a esplorare domande complesse che riguardano i sentimenti e la loro relazione con etica e morale. L’asse del ragionamento è il seguente: è impossibile non reagire emotivamente ai dati biografici sull’artista che ha commesso un abuso (che volenti o nolenti prima o poi ci raggiungono, in un’epoca iperconnessa come la nostra). Ma nel momento in cui ci si avvicina alle sue creazioni, come si devono gestire la propria delusione, il dolore, l’indignazione?

Su quest’ultimo sentimento Dederer fa osservazioni sottili che possono risultare anche disturbanti (ma un buon libro, se obbliga a decostruirsi, deve esserlo). L’autrice scrive che il pubblico ci prende gusto al pathos della denuncia del mostro, e può darsi che lo faccia in buona fede e con sentimenti autentici. Ma potrebbe anche esserci dell’altro: autocompiacimento, giudizio, deresponsabilizzazione. Come ogni volta che si oppone un «loro», i mostri, a un «noi», persone giuste. Dinamica che può essere motore di miglioramento, certo, ma anche di accecamento, giacché nessuno al mondo è esclusivamente un mostro, né può ridursi a una sola delle sue azioni, tanto nel male quanto nel bene.

Ma a volte le azioni violente sono ripetute: in questo caso la situazione cambia? I mostri che affronta l’autrice sono numerosi: Woody Allen, Roman Polanski, Michael Jackson, J. K. Rowling, Pablo Picasso, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, Willa Cather, Richard Wagner, Vladimir Nabokov, Carl Andre, Doris Lessing, Joni Mitchell, Valerie Solanas, Silvia Plath, Raymond Carver, Miles Davis. 

La mostruosità della maggior parte di loro è la violenza di genere (eccezione discutibile è Carver, ritenuto dall’autrice mostruoso non perché picchiava la moglie, ma perché alcolista). Ci sono anche altre «macchie»: razzismo, transfobia, antisemitismo. E poi c’è Nabokov, un caso a parte: non si ha notizia di misfatti a suo carico, ma il personaggio che gli ha dato il successo e cui lo si associa è il pedofilo che ha distrutto la vita di Lolita.

Per quanto riguarda le figure femminili, a mio avviso si rileva un vistoso doppio standard molto sorprendente in un’autrice che si dichiara femminista: Silvia Plath, ad esempio, sarebbe mostruosa perché si è suicidata; Joni Mitchell e Doris Lessing perché hanno preferito la carriera alla famiglia. Ma non credo che si possa paragonare il danno fatto dagli artisti alle loro vittime, approfittando di un enorme squilibrio di potere, con quello arrecato dalle artiste (nel caso di Plath, addirittura solo a se stessa).

L’analisi di Dederer, purtroppo, non si sofferma su questo punto, ma cerca di dare risposta ad altre domande. Per esempio: se si amano i libri di Harry Potter malgrado la deriva transfobica della sua autrice, che fare? Sentirsi in colpa? Non leggerli? Boicottarli? Acquistare solo i volumi scritti prima che iniziasse la deriva? Non acquistarli affatto e procurarseli illegalmente? Ma giustamente osserva l’autrice che «scaricare il problema sul consumatore è la specialità del capitalismo». E quindi? Optare per la cancel culture? Ma per l’autrice neanche questa è una buona scelta: cancellare la memoria dell’artista colpevole non cancella la sua colpa, non risarcisce la vittima, e non insegna a riconoscere un crimine.

Sembra di ritrovarsi in un vicolo cieco, ma non è così: il libro non dà nessuna risposta assoluta ma molte aperture, accompagnando chi legge, con generosità e coinvolgimento, a cercare la strada per costruire e decostruire il proprio modo di giudicare.