Grazie alla vittoria della campagna Io sono, Io voto, le file ai seggi non saranno più divise per genere: un traguardo storico per la privacy e la dignità delle persone trans* e non binarie in vista del voto del 22 e 23 marzo. Per celebrare questa conquista e riflettere sulla ricostruzione di una democrazia plurale, ci troveremo giovedì 19 marzo alle 19:00 in via Malvasia 29b insieme al giudice Marco Gattuso e alle realtà del territorio: Cassero LGBTQIA+ Center; Gruppo Trans; CGIL Bologna; Arci Bologna.

In attesa dell’evento, abbiamo approfondito l’impatto di questa riforma in un’intervista ad Andrea Moggi Ruggeri, presidente di Gruppo Trans*.

Com’è stata la situazione fino ad ora? Esistono dati o testimonianze che confermano che il timore del coming out forzato possa portare a una rinuncia sistematica al voto?

In Italia mancano statistiche ufficiali sulle persone trans*, ma come comunità abbiamo raccolto oltre 300 testimonianze di chi ha rinunciato al voto per timore di discriminazioni. I numeri salgono vertiginosamente se consideriamo chi, pur recandosi al seggio, ha subìto violazioni: dall’uso del deadname al misgendering, fino a palesi espressioni di disgusto o attese ingiustificate create ad hoc per ostacolare l’esercizio del diritto. Sono barriere invisibili ma violente, che hanno spinto moltə ad allontanarsi definitivamente dai seggi, esaustə di dover difendere la propria identità per poter semplicemente votare.

Dal 2019, quando è iniziata la campagna Io sono Io voto cosa è cambiato?

È cambiato tantissimo: abbiamo raggiunto l’obiettivo prefissato grazie a una mobilitazione enorme. Non solo attivistə, ma cittadinə, comuni e alleatə si sono attivatə ai seggi segnalando le criticità nei verbali e consultando i nostri legali. Già tra il 2020 e il 2021, il supporto di decine di associazioni e la pressione politica costante hanno trasformato una richiesta di dignità in un movimento corale, capace di scardinare finalmente le rigidità delle liste elettorali.

Dopo anni di mobilitazione, il superamento delle file divise per genere è realtà. Cosa significa per una persona trans* o non binaria poter entrare in un seggio senza il peso del coming out forzato?

Servirà tempo per valutare l’impatto numerico, specie in un clima di generale sfiducia verso la democrazia che colpisce tutte le generazioni. Tuttavia, la ricezione è stata straordinaria: video, messaggi, articoli e tag dimostrano che la comunità ora sente il voto come un diritto esigibile e non più come un ostacolo. È un primo passo fondamentale per ricostruire una democrazia che sia davvero plurale e rappresentativa.

Come si è arrivati alla riforma?

Abbiamo agito su più fronti. Tramite l’attivismo, l’utilizzo della firma ai verbali in sede di seggi elettorali, e la strategic litigation: una causa legale mirata non a creare un’ulteriore terza fila, ma a eliminare del tutto il genere come paradigma organizzativo. Poiché la sentenza non poteva cambiare la legge ma rendeva i comuni liberi di scegliere, abbiamo convinto centinaia di amministrazioni, da grandi città come Bologna e Milano a piccoli centri come San Cataldo, ad approvare ordini del giorno per superare le file divise.

Con questi numeri siamo andati in Parlamento proponendo una riorganizzazione delle file. La chiave è stata la strategia comunicativa: abbiamo proposto la riforma alla Commissione elettorale evitando parole trigger per le destre come gender o inclusione, parlando invece di semplice riorganizzazione tecnica. Questa scelta ha permesso un voto all’unanimità sia alla Camera che al Senato. Abbiamo ottenuto una rivoluzione attraverso la riforma.

L’abolizione delle file è un passo enorme, ma i registri cartacei e i documenti d’identità riportano ancora il sesso assegnato alla nascita. Come possono lə presidentə di seggio garantire una tutela della privacy durante la fase di registrazione?

Il mio primo appello è alla partecipazione: le persone trans* e queer dovrebbero candidarsi come scrutatorə e presidentə per prenderci questi spazi: sono spazi di democrazia in cui non dobbiamo solo essere soggettə che passivamente aderiscono al voto, ma soggettə che attivamente partecipano alle operazioni elettorali.

È cruciale la formazione del personale elettorale e il dialogo con le istituzioni.Per evitare l’esposizione del deadname, i presidenti di seggio dovrebbero abituarsi a identificare le persone tramite il cognome. Inoltre, un grande segnale di civiltà sarebbe lo sforzo di chiedere i pronomi o indicare i propri sul cartellino. La nostra battaglia ha radici comuni ad altre, come quella delle donne cis che chiedevano di rimuovere il cognome del marito dai registri: quando un piccolo gruppo discriminato lotta per un diritto, la lotta non è per sé soltanto ma è semre rivolta al benificio di chiunque acceda a quel diritto, anche quando non previsto.