Dei recenti fatti di Palermo e Caivano se n’è parlato abbastanza. Basta cercare online che i racconti relativi sono sempre in prima linea. A eccezione di poche che hanno richiamato al silenzio, nei medesimi toni: invocazione al carcere a vita, alla cancellazione, allo stupro riparatore per gli agenti violenza, da un lato; i rimedi dell’ennesimo Giancoso (il meme fa strada alla vita) e la proibizione del porno dall’altro. Queste due sono solo le ennesime storie di qualcosa (la violenza del patriarcato) che di recente non ha nulla, ma che si ripete sistematicamente nella nostra società, che la plasma e che la sorregge dalle sue origini (ricordate gli stupri nella mitologia? sentite bui i tempi, adesso?). Quando leggerete questo editoriale, al posto di Palermo e Caivano ci potrebbero essere altre due, tre, quattro città. Cosa rimarrà di tutto questo tra un mese?

Il femminismo nero ce l’ha insegnato e Giusi Palomba l’ha ribadito di recente nel suo libro La trama alternativa: il carcere non è uno strumento (ri)educativo, nemmeno allo stupro. Piuttosto, è una propagazione della violenza, tanto più ché interessa spesso fette della popolazione più svantaggiata, dalla quale dipendono economicamente e socialmente donne che così vengono messe ai margini. E per quanto il desiderio di vendetta privata sia comprensibile, vogliamo davvero riscrivere un’altra mitologia con il sangue, senza chiederci su quali altre donne e soggettività si abbatterà?
Ripartire dalle basi, quindi, e migliorare l’educazione alla sessualità e l’affettività. Alcuni dicono sia un problema di accessibilità dei giovani al porno, che andrebbe quindi proibito. Altri, che l’educazione sessuale dovrebbe vertere sulla violenza di genere, con focus sulla necessità della denuncia e sulle conseguenze penali dello stupro, in ottica di preservare la fertilità futura dell’individuo e partner. Io penso che se il clima fosse questo, proibizionismo e paura, sceglierei sempre di farmi educare dal porno.

Non lasciamo il porno ai maschilisti

Ciò che il porno intercetta è un discorso sul desiderio e sul piacere, che sono di solito le premesse invisibilizzate all’educazione sessuale. Anzi il porno è desiderio e piacere, niente altro. Il problema, come scrive Slavina, è che questo discorso sia la riproduzione di un sistema capitalistico e maschilista, che pone al centro ciò che l’uomo cisetero bianco e abile dovrebbe desiderare (vorrebbe lo stesso, educato diversamente? e se la risposta fosse sì, ci darebbe fastidio, con una diversa educazione?). La questione, quindi, si sposta dal piacere al potere, e alla performance di questo. Se il piacere e il desiderio, e il modo in cui questi si costruiscono tramite l’affettività, vengono lasciati fuori dal programma, anche un discorso sul consenso diminuisce la sua portata. Con questo non intendo che il consenso sia inutile, ma che non sempre la sua presenza equivalga a «mi è piaciuto» e che non sempre dietro un sì si nasconda una volontà di fare sesso per il sesso.

Più che terrorizzarci, sarebbe utile conoscere la materialità dei nostri corpi e delle nostre emozioni: quali sono i nostri sensi, cosa proviamo e come immagazziniamo i sentimenti nel corpo. Quali sono i confini della nostra pelle e di quella dell’altr*, e come li comunichiamo e riceviamo. Cos’è il piacere e come lo sperimentiamo. Come funzionano i nostri genitali e quanti ne esistono (infiniti, tutti diversi). Come costruiamo e viviamo i generi e le sessualità (infinite, tutte diverse). Sono disabile e ho una sessualità, e voglio che se ne parli. Non provo attrazione sessuale e/o romantica, e voglio che se ne parli. Se bisogna parlare di fertilità, allora bisogna anche che si parli di contraccezione e di aborto, se si parla di infezioni sessualmente trasmissibili è essenziale se ne parli anche in riferimento al sesso non ciseterosessuale. Tanto il sesso sarà fatto comunque, conviene che se ne parli bene.

Ho iniziato questo articolo a Catania e l’ho finito a Bologna, la prima città ad avere istituito una Tabooteca, un servizio di prestito di giochi per l’educazione alla sessualità, riservato alle formatrici e alle educatrici. Non possiamo accontentarci di una Tabooteca a Bologna, l’educazione alla sessualità deve essere uguale per sud e nord (senza dimenticare il centro, al momento unica fascia che ha zero medici non obiettori), ne abbiamo tutt* uguale bisogno.

Cosa rimarrà di tutto questo tra un mese? Spero che a questa rabbia non faremo giustizia con la paura e la punizione. Spero che domani come arma sceglieremo il desiderio. 

Per approfondire (ita/eng):

Francesca Anese, Verginità e relatività. Come definire la prima volta, 2018

Kathrine Angel, Il sesso che verrà. Donne e desiderio nell’era del consenso, Blackie 2022

Chiara Castellana, Come together. Global orgasm day e altri buoni motivi per parlare di orgasmi, 2022

Manon Garcia, Di cosa parliamo quando parliamo di consenso, Einaudi 2022

Amia Srinivasan, Il diritto al sesso. Piacere, desiderio, femminismo, Rizzoli 2022
Margeaux Feldman, Ambivalent Desire & Ugly Sex

Foto di copertina di Daniele Napolitano, immagine nel testo da ilmanifesto.it