di Claudia Marulo e Cecilia Duga Bertini
Anche quest’anno si è svolto, scoppiettante e particolarmente partecipato, il festival di cinema lesbico Some Prefer Cake. E le nostre aspettative, già alte, sono state superate.
Se l’anno scorso i corti hanno intrecciato le storie di più identità, quest’anno abbiamo notato un ulteriore ampliamento della prospettiva sia in termini di modalità narrative che di storie.
La maggior parte dei corti è visibile online fino al primo ottobre dal sito del festival … quindi cercheremo di non spoilerarne nessuno!
I corti di sabato 19 settembre
Coyotes di Said Zagha, premiato dalla giuria, racconta con grande suspense una storia di minaccia ai danni di una chirurga palestinese, ricattata per la sua relazione omosessuale. La storia ha un riverbero che va oltre le esperienze personali della protagonista e assume una valenza politica molto più ampia. Il parallelo con gli animali, primi fra tutti i coyote , prepara la reazione finale della protagonista, senza semplificarla ma facendo anzi stridere il contrasto tra la violenza umana e quella ferina.
Promettimi, di Gilda Panizza, con toni delicati e grande cura grafica, valorizza la creatività del testo: le promesse fantasiose della voce narrante sono accompagnate da disegni su carta acetata che arricchiscono alcune fotografie. Si esce così dal campo prosaico della realtà e credere a tutte le promesse è allora davvero possibile.

My dear dear home, di Yue Ran, è un documentario autobiografico che riflette su cosa sia una famiglia e cosa significhi essere a casa, anche fuor di metafora. Yue studia in Svizzera, ma fa visita ai genitori con la moglie e affronta le loro resistenze. La madre fa tutti i discorsi tipici delle famiglie omofobe ma nel corso delle riprese è palpabile il desiderio di capire la figlia, e quando un evento imprevisto sconvolge le sue certezze, anche la sua scala di valori cambia vistosamente.
The D word, corto di animazione con regia di Mya Van Dyk, segue la protagonista lesbica alle prese con una fastidiosa angioletta che cerca di convincerla a redimersi dal lesbismo.Tra il parossismo delle sue affermazioni e le reazioni della protagonista, l’ironia scorre a ritmo serrato e si conclude con una battuta a effetto davvero efficace.
In ¡Salsa!, di Antonina Kerguelén Román, la protagonista reagisce all’oppressione patriarcale attraverso la musica, che resta uno strumento di emancipazione valido anche nell’incontro con una ragazza sorda. La comunicazione sembrerebbe impossibile ma si instaura ugualmente.

Nel corto Greenhorn viene affrontato il tema dell’accettazione. Logan, nato Mary, torna dal padre convalescente per prendersene cura ma viene a più riprese rifiutato. Un cappello da cowboy catalizza la difficile relazione: Logan lo trova e lo indossa, ma il padre se lo riprende, e quando alla fine il ragazzo viene mandato via, il cappello va via con lui. Il corto, che potrebbe sembrare il racconto di un fallimento relazionale, si chiude invece su un’incoraggiante apertura (che naturalmente non vi sveliamo!).
In Smarrit*, di Emilia Figliomeni, la protagonista non binaria, americana, con l’aiuto nientemeno che di Dante Alighieri, promuove in modo leggero e allegro l’uso di segni grafici e anche sonori per superare il binarismo di genere in italiano.
I corti di domenica 20 settembre

Si inizia con Ferides, che ha il carattere del tipico cortometraggio indipendente con inquadrature molto vicine ai visi dei personaggi, per dare un senso di intimità, e un misterioso significato nascosto. Lə attricə sono state molto capaci nell’imitare la chimica del loro appuntamento ma più di questo non si può dire.
In Out of Gaza, la stop-motion con personaggi in Lego e la logica magica del mondo rappresentato, si contrappongono alla realtà del territorio palestinese. La protagonista racconta il suo viaggio, fatto su una navetta costruita con le sue mani. Partendo dalla casa di suo padre con suo fratello e un coccodrillo, attraversa il mondo e si accorge che, forse, era meglio stare a casa. La stop-motion è un metodo singolare di inscenare un corto e sebbene risulti tragico, in questo caso costituisce senz’altro un punto di forza.

Totalmente opposto è invece Quem Ficou Fui Eu, che presenta una realtà dura e struggente con un realismo crudo, ma non esagerato. Sandra è la sola caregiver di sua madre che presenta una forma avanzata di Alzheimer. Passiamo con lei una sua giornata tipica: la fatica della protagonista non arriva mai al culmine, è invece costante e presente negli sbuffi, nelle sigarette e negli abbracci consolatori che dà alla madre dopo averle risposto male. Quem Ficou Fui Eu rappresenta bene la fatica della cura quando rimani l’unica persona a farla, sapendo che il giorno seguente non sarà più semplice.
In Eyelids seguiamo la protagonista falena-umanoide nelle sue avventure fra vari locali. Il cortometraggio animato presenta un mondo di insetti divertente ma anche grottesco, dove la nostra falena si sente a disagio. Nel finale riuscirà finalmente a trovare pace e subirà una metamorfosi inaspettata.
E tu, in che avventure surreali finiresti con lə tuə amatə? In À la recherche de le queue perdue de l’humanité, tutto parte da un pelo lungo sul sedere di Val, che porta Tara a ipotizzare l’esistenza di una coda perduta negli esseri umani. Le due protagoniste si lanciano all’avventura nella ricerca della loro parte animale che sarebbe andata persa. L’idea del cortometraggio sembra seguire quella linea di pensiero che vede negli esseri umani sfruttatori, che non sanno far altro che distruggere il mondo, ma si nota anche il trasporto nel quale Val segue immediatamente le ipotesi di Tara. Perché se la persona a cui vuoi bene inizia a fantasticare sulla coda degli esseri umani, devi provare a ritrovarla con lei.
Mon nom est Lilith è un corto animato che reimmagina la storia di Lilith ed Eva. Se si fossero conosciute sarebbero state amiche? Amanti? Gli aspetti visivi sono efficaci e soddisfacenti esteticamente. La storia viaggia più nel metaforico che nel reale, le cose accadono in modo estemporaneo ma sono concatenate tra di loro con passaggi visivi che meravigliano.
Nel cortometraggio Radici, Vita viene ripresə mentre si prepara per uscire e riflette su se stessə. Le sue parole echeggiano nelle riprese che si susseguono mostrando la sua persona stagliata su sfondi anonimi di città.

L’ultimo in lista, é Skinflick ha come protagonista un’attrice di snuff film che ha un contratto con il diavolo. La loro relazione professionale è gerarchica e manipolativa. Il diavolo la tiene incatenata con un contratto che le permette di avere la forma di una bellissima donna, a patto che segua le indicazioni del suo capo. L’attrice incontra però una giovane (goffa e muscolosa) sposina in fuga. Da questo momento la protagonista si trova a combattere fra l’interesse amoroso verso la sposa e le indicazioni del diavolo sul come ammazzarla. La fine, per fortuna, non è tragica.
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