di Marta Bocchi e Claudia Marulo
Negli ultimi decenni la chirurgia plastica è diventata un tema centrale nel dibattito sul corpo, sull’identità e sulla libertà individuale. Ogni volta che se ne parla, le reazioni oscillano tra fascinazione e giudizio.Spesso la chirurgia viene ridotta a una questione superficiale, come se fosse sempre e solo una scelta frivola; altre volte viene difesa in modo acritico, come se tutte le scelte fossero automaticamente libere. Ma al contrario di queste letture semplicistiche, la chirurgia plastica ci pone un quesito molto più complesso: chi decide sul corpo?
Vi offriamo due voci diverse che si sono interrogate su questa complessa questione.

1. Io adoro le punturine. Adoro vedere le rughe che spariscono dalla mia faccia, la fronte che si rilassa, i tratti che si distendono. Mi piace l’idea di poter intervenire, ritoccare, di cambiare. Mi sento nelle mie stesse mani un pezzo d’argilla: qualcosa che posso modellare a mio piacimento, solo perché voglio. Non perché il mio volto fosse sbagliato prima, ma perché è mio, e posso decidere cosa farne. Sul mio corpo sono onnipotente. In un mondo che pretende costantemente di dirmi come dovrei apparire, questo potere ha per me un valore profondamente catartico.
Dalla mia prospettiva, la chirurgia plastica può essere rivendicata come una pratica di autodeterminazione corporea, una delle forme attraverso cui si può esercitare il diritto di decidere del proprio corpo. Nel mio caso, come in quello di molte altre persone, intervenire sull’aspetto non è un rifiuto del corpo, ma una relazione attiva con esso. È un modo di dire: questo corpo non è un destino fisso, non è qualcosa che devo semplicemente accettare o subire, ma qualcosa con cui posso dialogare, che posso trasformare. Il corpo non è un dato neutro o puramente biologico: è uno spazio attraversato da significati, aspettative sociali, desideri e contraddizioni. Poterlo modificare, se lo si desidera, significa affermare una forma di sovranità su di sé, anche sapendo che questa sovranità è difficilmente assoluta.
2. Io detesto punture, siringhe, creme appiccicose in faccia, fastidi fisici non strettamente necessari. Se mi voglio “distendere”, piuttosto, mi faccio fare un massaggio, mi affido a mani gentili ed esperte attente al mio piacere. Perché per me resta prioritario provare piacere in prima persona, piuttosto che piacere. Ho messo via da tempo l’idea di poter agire e modellare il mio corpo a mio piacimento, e questo vale per la salute quanto per l’estetica. Anche perché fino a che punto il mio piacimento è davvero mio? So bene che i miei gusti non sono solo miei: subiscono l’influenza del canone estetico vigente, con relativo rischio di omologazione, e cambiano anche nel tempo, modellati dall’abitudine a vedere forme e colori nelle altre persone. Il modo in cui appaio, anche quando posso intervenire in modo semplice indolore e reversibile, non è mai una scelta neutra e autonoma. Finché sono un taglio di capelli, un outfit, uno stile, va anche bene, tanto si può cambiare. Ma quando l’intervento diventa più profondo, entra e modella la carne allo scopo di dare all’esterno un’immagine di me più adeguata alle aspettative, la domanda su quali e di chi siano queste aspettative non può essere elusa. E la risposta che mi do è quasi sempre: non sono aspettative mie. E non intendo adeguarmi (e, in più, spenderci soldi, tempo e dolore fisico) ai gusti altrui, soprattutto quando sono così restrittivi (normopeso, o magari proprio magra o ben muscoloso, giovane o almeno giovanile, zero rughe, zero brufoli, zero rossori indisciplinati, labbra carnose, naso fatto bene…).
Il corpo è sì uno spazio di scelta e di autodeterminazione, ma la sovradeterminazione del canone è sempre in agguato. Quando si tratta di chirurgia estetica, diventa spazio di riflessione prima ancora che di scelta. Siamo in un contesto che esercita pressioni costanti, soprattutto sui corpi di persone socializzate donne. Non sarò mai totalmente libera. A meno che non decostruisca il canone, l’autostima basata (maggioritariamente) sul gusto e sul feedback esterno, il mio bisogno di adeguarmi. Ma a quel punto, quando l’avrò fatto, avrò davvero voglia di intervenire su rughe labbra seno e quant’altro? Io ne dubito fortemente.

Su un punto però le due voci concordano: quando si parla dell’esperienza transgender. Chiariamoci: la chirurgia non rende un genere valido o reale – l’identità di genere non ha bisogno di essere certificata da un bisturi – ma può essere, per alcunə, uno strumento di accomodamento del corpo rispetto al proprio essere e sentirsi. In un mondo che ci sottopone continuamente a corrispondenze rigide tra corpo, genere e riconoscimento sociale, la possibilità di intervenire sulla propria carne può rappresentare una risorsa concreta. Quando è desiderata, la chirurgia può aiutare a ridurre la disforia e a rendere il corpo un luogo più abitabile. Non è una tappa obbligata né un punto di arrivo, ma una possibilità tra le altre, che ha senso se inscritta nella volontà della persona.
C’è poi la questione più ampia che riguarda l’uso consapevole e manipolatorio della bellezza. Usare la bellezza a proprio beneficio può essere una scelta fredda e non necessariamente una validazione del sistema che la produce? (Come dire: possiamo considerare legittima la scelta consapevole di un uomo che approfitta del suo status sociale privilegiato a proprio beneficio e non per validare il patriarcato?).
Certi corpi vengono trattati diversamente da altri: più ascoltati, meno esposti allo scherno, più facilmente riconosciuti come legittimi. Questo è un fatto. Per le persone trans questo si traduce spesso nel cosiddetto passing privilege: quella soglia di riconoscibilità nel proprio genere che riduce l’attrito sociale, abbassa l’esposizione alla violenza e rende alcune vite più vivibili di altre. Rendersi più passabili/desiderabili per rendersi la vita migliore è davvero una pratica da condannare, se si mantiene viva e attiva la lotta per la validazione di tutti i corpi?
Speriamo di vedere il giorno in cui la bellezza smetterà di essere un privilegio o un dispositivo oppressivo, ma fingere che non funzioni è un’illusione. Anche la chirurgia plastica può stare in questo spazio ambiguo: come uso lucido di una regola ingiusta, piegata, quando possibile, a un beneficio individuale dentro un gioco che non abbiamo scelto.
La chirurgia plastica resta una scelta attraversata da ambivalenze e tensioni. E restare in ascolto delle diverse traiettorie corporee significa accogliere la realtà che non esiste un unico modo corretto di vivere il proprio corpo, pur sapendo che le scelte non avvengono mai in un vuoto culturale e sociale. La libertà non risiede nell’immutabilità del corpo, ma nella possibilità di scegliere se e come trasformarsi, ed essere consapevole del perché si fa.
Per noi, la scelta di ricorrere alla chirurgia plastica è un segnale di allerta e allo stesso tempo una possibilità: segnala che abbiamo un problema sociale legato all’aspetto del corpo che influenza il nostro benessere, e dà tuttavia la possibilità di prendere posizione. L’auspicio è che sia vissuta non come una necessità o un obbligo, ma come uno spazio concreto di domande e risposte, valutazione di rischi e benefici, di autodeterminazione e consapevolezza di essere dentro e talvolta cedere a un sistema che tenta continuamente di toglierci la possibilità di scegliere.
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