«Ogni opera d’arte funziona come una macchina da guerra» (Monique Wittig, Le Chantier littéraire). 

All’inizio il cavallo di legno sembra strano ai Troiani: enorme, grezzo, senza un colore preciso. A poco a poco scoprono le forme familiari di un cavallo, pur barbaro. Con il tempo, imparano ad apprezzarne la semplicità, la raffinatezza. Riescono infine a vedere quanto forte e potente è l’opera che dapprima avevano considerato informe. Vogliono appropriarsene e introdurlo nelle mura. Ma se fosse una macchina da guerra? Le opere di Monique Wittig sono pensate «come cavalli di Troia in grado di introdursi nel canone letterario per distruggerlo e nel corpo e nella mente di chi legge per sconvolgerne il punto di vista straight», scrive Eva Feole, autrice di Corpo a corpo con il linguaggio. Il pensiero e l’opera letteraria di Monique Wittig, la prima monografia italiana dedicata a quella che fu tra le più importanti protagoniste del Mouvement de Libération des Femmes e della politicizzazione del lesbismo in Francia. Uscito nel dicembre 2020, per la collana àltera, Politiche e teorie della sessualità di Edizioni ETS, offre un’analisi originale delle opere letterarie di Wittig e fornisce un’introduzione al suo pensiero politico. Domenica 26 settembre alle 13.00, in occasione della tredicesima edizione del Festival di cinema lesbico Some Prefer Cake, sarà possibile partecipare alla presentazione di questo bellissimo testo. Durante l’incontro sarà presente l’autrice, che dialogherà con Nina Ferrante e Anita Lombardi.

Nel 2001, la storica militante lesbofemminista Simonetta Spinelli affermava: «L’opera di Wittig ha conosciuto uno strano destino in Italia. Poco tradotta, circola in modo sotterraneo e sembra destinata a scomparire». Fortunatamente, negli ultimi anni, Monique Wittig è tornata a essere al centro del dibattito femminista e LGBT+ italiano, celebrata come precorritrice delle più recenti teorie queer. Davvero «uno strano destino», se si pensa che il suo lavoro politico è stato contestato, deformato e frainteso proprio da Judith Butler, che della teoria queer è una delle principali pensatrici. 

Insieme a Christine Delphy, Colette Guillaumin, Nichole-Claude Mathieu e Paola Tabet, Wittig è tra le principali esponenti del femminismo materialista francese, all’interno del quale si distingue per la formulazione di una cornice teorica capace di accordare un valore politico fondamentale al lesbismo. Wittig immagina l’impensabile: per questo il suo lavoro dà le vertigini, ma – come scrive Sara Garbagnoli nell’introduzione al libro di Feole – «per noi donne, noi lesbiche, per le persone non-straight, per le persone queer, trans e intersex questo spaesamento si traduce in un gran sollievo». Un sollievo, sì, perché il pensiero straight – termine inglese polisemico che rinvia a ciò che una data società pensa come dell’ordine del “naturale” (dritto, retto, normato, eterosessuale) – opera attraverso la naturalizzazione di diverse bicategorizzazioni create da rapporti di potere – uomo/donna, bianco/nero, uno/altro, universale/particolare – e ne cela la loro origine sociale. È una vertigine, è un sollievo. 

Eva Feole ci dice che, per essere compresa, Wittig va letta interamente perché gli scritti teorico-politici sono interdipendenti e, quindi, indissociabili da quelli critico-letterari. Inoltre, va costantemente messa in prospettiva e in risonanza con i testi delle altre teoriche femministe o lesbiche materialiste che abitano, attraverso citazioni esplicite o rimandi, tutte le sue opere. Il libro di Feole è un appassionato invito a leggere seriamente Wittig, per renderci conto che fu «una scrittrice capace di smascherare attraverso l’uso del linguaggio letterario il rapporto gerarchico e iniquo che la classe degli uomini agisce, anche a livello di immaginario, su quella delle donne». Le sue opere letterarie infatti «non solo rendono universale ciò che nel regime eterosessuale viene oppresso e silenziato, il lesbismo, ma di quest’ultimo forniscono anche una raffigurazione ben lontana da quelle immagini rassicuranti a cui oggi siamo abituate».

Chi scrive deve quindi ingaggiare una «lotta corpo a corpo con il linguaggio», affinché esso non funzioni solo come un operatore che contribuisce a naturalizzare le relazioni dei sessi e a ferire il corpo e le menti delle soggettività minoritarie, ma sia piuttosto il luogo da conquistare «al fine di immaginare un al-di-là dell’inferno dell’eterosessualità in cui si parli un’altra lingua, con altri corpi, altre menti».

Immagine in evidenza realizzata da Evey Gloom e immagine nel testo di proprietà di Colette Geoffrey