Tracce arcobaleno negli archivi manicomiali italiani

«De perto, ninguém é normal» (Da vicino, nessuno è normale) canta Caetano Veloso in Vaca profana, e così recita anche uno slogan della rivoluzione basagliana sfociata nella legge 180 del 1978 che chiuse gli ospedali psichiatrici italiani. Tra le tante sfumature di presunta anormalità rientrò spesso anche l’omosessualità (o inversione sessuale, com’era chiamata), considerata a lungo un  disturbo psichiatrico anche se è raro trovare una diagnosi esplicita nelle cartelle cliniche.

La prima traccia di una persona LGBTQ+ internata ci porta a Reggio Emilia. Con Chiara Bombardieri, responsabile dell’archivio dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro, ricostruiamo la storia di Ersilia. Ha 21 anni quando viene ricoverata nel gennaio 1883 per imbecillità, termine che all’epoca corrispondeva a una disabilità intellettiva, anche se in realtà il vero problema è che si è innamorata di una donna. Si tratta di una caporeparto della fabbrica di fiori artificiali per cui Ersilia lavora, questo sentimento è noto a tutti e non è corrisposto. La ragazza viene dimessa a fine dicembre dello stesso anno, nella sua cartella clinica sono conservate molte lettere scritte ai parenti, al direttore dell’ospedale e alla donna amata. Sempre Bombardieri ci segnala un’altra traccia significativa, l’unica cartella clinica trovata finora nell’archivio dell’ex manicomio reggiano in cui c’è una diagnosi di inversione sessuale. È quella di Girolamo che a 58 anni viene ricoverato per alcuni mesi nel 1912 perché ritenuto di pubblico scandalo.

Con l’avvento del fascismo la repressione del regime investe anche la comunità LGBTQ+: un esempio è quello ricostruito da Gabriella Romano nel libro Il caso di G. La patologizzazione dell’omosessualità nell’Italia fascista. Nel 1928, un uomo di 45 anni è internato nel manicomio di Collegno (Torino). A farlo ricoverare per le sue «tendenze omosessuali» è il fratello medico, con cui è in lite da anni; ma G. è laureato in legge e si difende scrivendo un insolito memoriale.

Qual era l’incidenza di omosessuali e lesbiche internati durante il Ventennio? «È minima, ma sono stime per difetto perché in molti casi la parola omosessualità non compariva nella cartella», spiega Romano. «Molte definizioni diagnostiche dell’epoca potevano riferirsi a un quadro patologico di cui l’omosessualità poteva far parte. La possibilità dell’internamento ha contribuito all’autocensura degli omosessuali e delle lesbiche ed è stato a tutti gli effetti uno degli strumenti della repressione fascista dell’omosessualità: la punizione ha colpito pochi, ma ha tenuto in scacco molti, alimentando quel clima di terrore diffuso e permanente che ha caratterizzato la vita quotidiana nel Ventennio.»

Molti aspetti della storia ricostruita nel libro, continua Romano, «collegavano G. a un quadro di “degenerazione” che, oltre allo stigma sociale, implicava anche una sua devianza patologica dal punto di vista psichico. Da un lato c’è un uomo eccezionalmente coraggioso e consapevole che ha lottato contro il suo ingiusto internamento e ha denunciato l’omofobia di cui è stato vittima tutta la vita, chiedendo addirittura un risarcimento per i danni derivanti dalla discriminazione subita. Dall’altro c’è un soggetto che il sistema psichiatrico riconosceva come evidente incarnazione di una serie di comportamenti devianti e socialmente pericolosi.»

G. vince la sua battaglia e viene dimesso nel 1931 con una diagnosi di malattia mentale completamente revocata, un caso eccezionale ma tante altre persone internate non avranno la stessa fortuna. Molte per esempio sono le storie di tribadi, come Cesare Lombroso e altri psichiatri dell’epoca chiamavano le lesbiche, raccontate in libri come Malacarne di Annacarla Valeriano. Qui incontriamo Paolina T. che, nel 1914 a vent’anni, entra nel manicomio di Teramo e ne esce nel 1917, e nella cui cartella clinica sono conservate lettere appassionate alla «carissima Dina» e alla «mia cara Linda». Un’altra vicenda è quella della quarantenne Matilde C., ricoverata e dimessa più volte al manicomio di Aversa tra il 1936 e il 1947, che è tenuta sotto stretta sorveglianza a causa delle sue «tendenze tribadiche»; come si legge in Luride, agitate, criminali di Candida Carrino.

Purtroppo poco cambia nel secondo dopoguerra, almeno fino al 1973 quando l’omosessualità viene eliminata dal DSM (il principale manuale diagnostico americano). E finalmente scompare anche dalla classificazione delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità il 17 maggio del 1990: una data importante che ogni anno ricordiamo con l’Idahobit, la Giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia.