NORMAL: IL GENERE TRA COSTRUZIONE SOCIALE E PERFORMANCE

di Elisa Manici

Dopo l’anteprima mondiale di febbraio al Festival del cinema di Berlino nella sezione Panorama, e quella italiana al Lovers film festival di Torino, dove il 28 aprile ha vinto il concorso internazionale documentari Real lovers, esce oggi nei cinema Normal, di Adele Tulli (Italia/Svezia, 2019, 70′).

Normal è un documentario sui generis, senza voce fuoricampo, né un filo conduttore a livello narrativo: la sua potenza risiede tutta nelle immagini e nei dialoghi delle persone comuni riprese nelle scene che si susseguono, tutte brevi e molto evocative. L’autrice indaga quello che è considerato normale e convenzionale quando si parla di genere in Italia: dal centro estetico, alle gare in moto dei bambini, all’addio al nubilato con torte a forma di pene, al servizio fotografico fatto a due giovani sposi subito dopo la cerimonia, alla bambina che subisce la perforazione delle orecchie. Arriva a raccontare anche situazioni accettate, certo, ma un po’ più estreme, pur nella convenzionalità enorme delle performance sociali italiche, come il corso per imparare a conquistare le ragazze diventando veri maschi alfa, o quello per essere istruite a servire adeguatamente il marito da una brava, stereotipica casalinga anni ’60.

Adele Tulli, nata nel 1982, ha al suo attivo altre due regie: la prima è 365 without 377 (Italia, 2011, 53′), incentrato sull’abrogazione del 2009 della sezione 377 del codice penale indiano, che criminalizzava ogni atto sessuale tra persone dello stesso sesso. La seconda è Rebel menopause (Regno Unito/Italia, 2014, 25′), che racconta di Thérèse Clerc, femminista militante da sempre, 85enne al momento in cui è stato girato il documentario, e del suo ultimo progetto: The Baba Yaga House, un co-housing per donne over 65 a Montreuil, nella periferia di Parigi.

Come afferma Tulli stessa nelle sue note di regia: «L’idea è di creare degli accostamenti che riescano a provocare un senso di straniamento e di sorpresa davanti allo spettacolo della “normalissima” realtà di tutti i giorni. Normal intende suscitare una riflessione sulle complesse dinamiche sociali attraverso cui costruiamo e abitiamo le nostre identità di genere». Missione compiuta, dieci e lode; lo straniamento è il sentimento che più suscita la visione di quest’opera, grazie a due elementi fondativi della cinematografia: le immagini e la colonna sonora. Visivamente, la composizione dell’immagine è sempre simmetrica, fin troppo, a creare un effetto di artificiosità. La camera è fissa e centrale, in ogni scena, in modo che la spettatrice diventi un’osservatrice partecipante. La colonna sonora è sempre in dissonanza emotiva con la scena rappresentata, diventando per questo in alcuni passaggi persino sinistra.

Grazie a questi dispositivi, sotto la neutralità e la mancanza di giudizio della superficie, Normal prende una posizione chiara e netta, aiutando lo spettatore a rendersi conto di quanto e come il genere sia una costruzione sociale arbitraria e variabile, oltre che di come e quanto le nostre interazioni sociali siano una performance. Erving Goffman, lo psicologo e sociologo che, tra le altre cose, inventò la metafora del teatro per analizzare le interazioni umane, sarebbe probabilmente estasiato dall’opera di Tulli. Viene soltanto da chiedersi, considerando il tasso di analfabetismo funzionale che piaga il nostro Paese, nell’Italia salviniana del 2019 quante persone abbiano gli strumenti per cogliere tutto questo, nel caso si imbattano in una visione, o se possano credere che si tratti di una rappresentazione della vita per come è e dovrebbe essere, senza essere stati imboccati dalla sinossi o da una scheda del film. La speranza è che la sensazione di straniamento faccia il suo lavoro di scavo comunque.

Durante il mese di maggio si svolgerà infatti un piccolo tour di presentazioni alla presenza della regista in varie città italiane, da Roma a Milano, da Bologna (10 maggio) a Firenze, Palermo, Catania e altre.

 

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