Liana Borghi è morta lo scorso 20 novembre e molti sono i ricordi che amiche e compagne le hanno dedicato, ricostruendo da punti di vista diversi l’importanza e la ricchezza del suo lavoro politico e intellettuale. Clotilde Barbarulli, che con Liana ha condiviso decenni di lavoro nella Società delle Letterate e al Giardino dei Ciliegi, ne ha scritto sul Manifesto e ha raccontato di lei in una intervista alla Radio Svizzera Italiana. Chiara Zanini le ha dedicato un articolo molto accurato su Rolling Stone, ricostruendo una panoramica della sua attività e raccogliendo alcune testimonianze. E ancora Elia Arfini, Giuliana Misserville, Annamaria Crispino, Paola Guazzo, le parole commosse di Pamela Marelli per la trasmissione Beate Lesbiche, parole che raccontano del percorso insieme a Liana iniziato alla Scuola Estiva Raccontarsi, che anche io ho condiviso. Tantissimi i ricordi condivisi sui social nei giorni successivi alla sua morte.

E quindi cosa scrivere ancora? Soprattutto, cosa posso scrivere io che non ho la preparazione teorica, letteraria, filosofica, per parlare con autorevolezza dei suoi innumerevoli percorsi di ricerca e di pensiero? 

Cercherò di darmi una risposta, sapendo già che fallirò. E non posso che farlo partendo da me e dal mio posizionamento, dal desiderio di contribuire a far sì che il lavoro di Liana diventi parte di una memoria collettiva di cui anche giovani attivistə che non l’hanno conosciuta possano nutrirsi.

Ero giovane anche io quando l’ho conosciuta, 20 anni fa. Mi ero appena affacciata al femminismo con l’entusiasmo e l’incoscienza della neofita e quando ho visto l’annuncio della scuola estiva su Genere e Intercultura che, insieme a Clotilde Barbarulli, organizzava a Prato, le ho subito scritto per partecipare. Non avevo idea di chi fosse e ricordo bene che, ascoltando i suoi interventi durante le giornate della scuola, non capivo assolutamente nulla di quello che diceva. 

E continuai per diverso tempo a non capirci nulla. Perché Liana era un pozzo senza fine di conoscenza e sapere, riusciva a condensare in un unico intervento decine di riferimenti incrociati con un’attitudine mai didattica e sempre dialettica. Nonostante questo la ascoltavo rapita, quasi ipnotizzata dal suo modo pacato e morbido di parlare, scandito dagli inconfondibili «ahm» che i tanti anni di vita negli Stati uniti le avevano lasciato come intercalare.

Al convegno su Audrey Lorde nel 2006

Da lì in poi la mia vita femminista è sbocciata. Liana mi ha aperto un mondo, anzi tanti mondi. Lo ha fatto con le compagne di allora – che lo sono rimaste fino a oggi, e anche di questo la devo ringraziare – e, negli anni, con centinaia di ragazzə. È proprio questa sua attitudine che vorrei riuscire a raccontare, il suo ponteggiare, mettendo in dialogo discipline e linguaggi diversi, favorendo i passaggi di saperi tra Paesi, creando connessioni tra generazioni, genealogie, culture politiche, comunità. Una postura che, nonostante la sua professione accademica, era, almeno al tempo, quanto di più antiaccademico potesse esserci. Perché la sua spinta era politica, trasformativa, immaginativa, addirittura visionaria. Aveva una curiosità insaziabile e un desiderio irrequieto che l’hanno sostenuta in un impegno, durato diversi decenni, nel creare spazi e occasioni per mondeggiare insieme. Davvero insieme. E con un’umiltà che a volte mi lasciava sconcertata, quando con gli occhi azzurri che brillavano si metteva ad ascoltare, eccitata, qualsiasi contributo si potesse mettere in condivisione, che a portarlo fosse una teorica femminista di fama internazionale, un’astrofisica, un’artista o una giovane noglobal come ero io vent’anni fa.

Liana riconosceva, stimolava, coinvolgeva, e spesso saltava qualche passaggio in questo processo, accorciando i tempi variabili che ognuna ha per sentirsi sicura a prendere parola in pubblico. Non nascondo che ci sono state volte in cui mi sono trovata coinvolta in qualcuna delle sue iniziative senza neanche essermene resa conto. In quei momenti probabilmente ne avrei fatto a meno, se lei non mi avesse incastrata, ma con lo sguardo di oggi riguardo a quei passaggi con tenerezza e riconoscenza.

Il suo costruire ponti ha permesso a tante di fare passaggi che non erano scontati. Seguendola ci siamo immerse nel pensiero queer molto prima che diventasse patrimonio condiviso e abbiamo imparato la pratica del posizionamento senza la rigidità delle identità.

Nel suo percorso la pratica separatista del lesbofemminismo non aveva nessuna contraddizione, ma anzi una connessione vitale, con la fluidità di genere, così come la letteratura andava a braccetto con il postporno e la teoria con il drag king. Nel suo viaggio dal lesbofemminismo degli anni ‘80 al trans-femminismo degli ultimi anni, nell’intreccio tra genere, razza, classe e sessualità, nella critica a ogni essenzialismo e binarismo, Liana ha continuato a inventare ponti, passaggi e transiti.

Grazie al generoso e incessante lavoro di tessitura, alle sue scritture, alle traduzioni, alla pratica editoriale, nel nostro mondo comune convivono Adrienne Rich, Audre Lorde, Gloria Anzaldua, Trinh T. Minh-ha, Judith Butler, Teresa De Lauretis, Eve Sedgwick, Rosi Braidotti, Donna Haraway, bell hooks, Paul B. Preciado, Jack Halberstam, Del La Grace Volcano, Sara Ahmed, Gayatri Spivak, Karen Barad, tutte le scrittrici e le poete, tutte le pensatrici, le attiviste, le performer che hanno attraversato gli spazi di cui Liana si è presa cura, e tantə tantissimə altrə.

Come abbia fatto a tracciare questi fili non saprei davvero come scriverlo, ma l’ho vissuto. Personalmente, e politicamente, devo all’incontro con lei la mia liberazione come lesbica 20 anni fa e la possibilità di abbracciare un lesbismo politico gioiosamente transfemminista e queer, un lesbismo che ha le sue radici proprio nel lavoro che Liana, insieme a tante altrə, con pratiche pienamente collettive, ha iniziato a fare quando io ero appena nata.

In uno scritto del 1990 sul Bollettino del CLI (legato alla presentazione degli atti del convegno lesbico dell’Impruneta del 1987) usava la figurazione della lesbica come donna liminale, «che sta sulla soglia, che si colloca in apertura». Traslando questa immagine dal contesto in cui è stato scritto, per me Liana è stata proprio questo, distruttrice dei confini con la sua intercultura di genere e protettrice delle soglie, dei passaggi, delle trasformazioni, lei stessa continuamente cangiante eppure straordinariamente coerente.

In una bellissima lettera, piena di amore e riconoscenza, che le ha dedicato dopo la notizia della sua morte, Federica Frabetti ricorda come Liana odiasse gli addii. È vero, quando poteva scompariva senza farsi notare. 

Anche adesso ho questa sensazione, che si sia defilata ma in realtà sia lì da qualche parte, che fluttua, come ha scritto Gaia Giuliani, «nelle galassie dei chthuluceni tentacolari e libidinosi».

Quindi nessun addio per Liana, perché lei ci sta ancora accanto, con tutti gli affetti e le passioni a cui ha dato nome, e ci esorta a prendere parola, come ha sempre fatto. 

Immagine in evidenza di Elisa Coco

Immagine 1 dall’archivio Luki Massa

Immagine 2 di Carla Catena da www.gaynews.it/