Delle chiusure di strutture bolognesi come l’HUB Mattei, o come gli spazi occupati dell’ex Telecom, o come ancora il centro Baobab a Roma, vengono dette tante cose, molto simili nonostante la profonda diversità tra questi spazi.

di Irene Pasini

Viene detto «Finalmente». Finalmente queste strutture vecchie e usurate possono tornare al loro vuoto. Nessuno le ristrutturerà, rimarranno lì, archeologia industriale atta solo a simboleggiare il nulla cittadino nei confronti dell’accoglienza. Ma finalmente.

Si esclama «fuori dalle nostre città» rispetto alle centinaia di persone che dentro all’HUB seguivano percorsi scolastici, educativi e sanitari in un’ottica di inserimento sociale; fuori dalle nostre città pure gli occupanti abusivi di proprietà private e dimenticate. Che poi queste persone fuori dalle nostre città non riescano proprio ad andarci, poco importa. Fuori!

E ovviamente non può certo mancare il sempreverde: «E ora a casa loro», salvo che poi a casa loro non ce li manda nessuno. Chi proclama decreti sicurezza e chiude strutture, rende sempre più complicate e impossibili le procedure di richiesta d’asilo, ma in genere pare poi dimenticarsi di finanziare i rimpatri. Anche quelli assistiti, quelli che già esistono, quelle di associazioni che, prima di qualsiasi ministero o della falsa propaganda leghista, già si occupavano di rimandare “a casa loro” persone che nel nostro Paese non erano riuscite a far funzionare il loro progetto, e che accettavano, anzi, richiedevano, di tornare a casa. Progetti che erano in essere prima di Salvini. Annullati da Salvini. Ma comunque, ora a casa loro, con buona pace di quei maledetti buonisti comunisti.

Ed ecco per l’appunto giungere infine: «Ora i buonisti speculatori se ne vadano a lavorare». Volontari o lavoratori? Si fa confusione, non ne hanno idea, ma poco importa. La smettano di fare falsa morale e se ne vadano a trovare un impiego più dignitoso e utile per la società, quella vera. Peccato che per molti quello fosse il loro lavoro: educatori, assistenti sociali, medici, psicologi, interpreti e mediatori culturali. Professionisti che però no, non se ne vanno altrove “a lavorare”: restano lì, manifestano, si occupano come al solito di quel vuoto che i prefetti, i comuni e i ministri dell’Interno lasciano ogni volta che decidono di fare piazza pulita.

Sì, perché nessuno poi si chiede: «E ora?». Dove se ne vanno quelle persone che lì dentro stavano tanto scomode? Ora che, per il loro bene, gli abbiamo tolto uno spazio nel quale sentirsi per lo meno accolti, dove se ne vanno?

I più vengono spostati da qualche parte in Italia, due o tre pullman la mattina presto e via, sempre se accettano. Per le persone dell’HUB in particolare era stato previsto (con un preavviso di ben 7 giorni, un miglioramento rispetto allo sgombero dell’ex Telecom!) il trasloco in un’altra struttura simile, ma a Caltanissetta. 144 adulti si sarebbero dovuti spostare da una parte all’altra dell’Italia, ricominciando ovviamente tutto da capo, abbandonando tutti i percorsi sanitari e scolastici intrapresi fino ad allora nel territorio bolognese. Poi però si viene a sapere che questa fantomatica struttura siciliana tanto diversa dall’ex CIE di via Mattei non è, che pure questa è sovraffollata e che in molti casi era impossibile il proseguimento di determinate terapie e percorsi di tirocinio. E allora niente, con uno sforzo immane da parte della rete sociale (sì, i buonisti fannulloni), si riesce a tenerli in regione, quasi tutti, almeno quelli che con lo sgombero non avevano deciso di scappare. E tutti gli altri? In strada, ovviamente. Ma non in centro, per favore, no, che si crea degrado e ti viene pure fatta la multa, quando non un Daspo urbano, perché dormi sotto i portici e disturbi i turisti.

Delle chiusure di strutture come l’HUB Mattei vengono dette tante cose, molto simili e già sentite mille volte, ma nessuno però che si chieda se cacciare persone dal giorno alla notte buttandole in strada senza preoccuparsi del loro futuro sia umano.

 

foto di Luciana Rubino