LA RIVOLUZIONE DELL’OMOSÈ

di Donatella Vinci 

Lo sguardo della psicologia nel suo secolo e mezzo di storia ha comportato, in una prima fase, il passaggio dalla criminalizzazione alla decriminalizzazione e patologizzazione dell’omosessualità intesa, nei casi migliori, come arresto dello sviluppo evolutivo (Freud) o identificazione con le proprie componenti controsessuali, cioè con la propria parte maschile per le donne e femminile per gli uomini (l’animus e l’anima di Jung); nei casi peggiori come un grave morbo, associato addirittura a disturbi psichici come la schizofrenia, che rendeva necessaria la medicalizzazione.

Solo a partire dalla fine degli anni ’70 il paradigma epistemologico delle scienze mediche e della psicologia ha cominciato a invertire la rotta, fino ad arrivare negli anni ’90 alla piena comprensione dell’omosessualità come variante sana dell’orientamento/comportamento affettivo e sessuale umano. Nonostante questo, rimane ancora oggi capillarmente diffuso nella società un atteggiamento discriminatorio sostanziato da pregiudizi di ogni sorta che alimentano un clima di rifiuto, condanna e delegittimazione di tutte le identità LGBT+.

Per far fronte a questo clima culturale negativo, che influenza inevitabilmente gli stessi psicologi, analisti e psicoterapeuti, è sorta, soprattutto negli ultimi dieci anni, una ricca produzione scientifica volta a fornire gli strumenti adeguati per una formazione professionale in materia LGBT+. In Italia, una pioniera in questo campo è stata ed è Margherita Graglia, i cui libri rappresentano una fonte di informazione imprescindibile per professionisti e non, insieme alle Linee Guida di Lingiardi-Nardelli, ai lavori contro le terapie riparative, come quello di Ferrari-Rigliano, e a quelli specifici per le identità trans come Il Canto dei Sireni di Mary Nicotra, o Le differenze di sesso, genere e orientamento di Graglia stessa, entrambi del 2019.

Tra questi strumenti, Il Serpente arcobaleno (ITI, 2015) della psicoterapeuta Claudia Barrilà, merita una considerazione particolare per il suo portato innovativo e la ricchezza espressiva. L’approccio del libro è quello della psicologia transpersonale, un indirizzo che nasce negli Usa alla fine degli anni ’60, prendendo le mosse dalla psicologia umanistica e che come questa si pone come obiettivo lo sviluppo del potenziale umano, ovvero l’autorealizzazione del Sè, decostruendo radicalmente il concetto di normalità e di adattamento come indicatori di salute psichica e benessere.

La caratteristica più originale della psicoterapia transpersonale è il considerare l’integrazione di ogni aspetto della natura umana come fondamentale affinchè l’autorealizzazione si esplichi nella sua pienezza, a partire dal livello fisico ed energetico per arrivare a quello emotivo e mentale, fino a includere la dimensione spirituale. Per realizzare questa integrazione, l’approccio transpersonale armonizza la psicologia classica e il pensiero analitico occidentale con le visioni e le pratiche delle tradizioni del pensiero orientale, come quelle buddiste e, più in generale, con i principi di saggezza universale comuni ai più diversi popoli (la c.d. filosofia perenne); sposa inoltre la poesia come via di conoscenza, e assume l’aspirazione al misticismo che è propria di ogni religione. La metodologia della biotransenergetica in particolare, fondata negli anni ’80 da Pier Luigi Lattuada e Marlene Silveira e adottata dall’autrice, abbracciando il paradigma olistico, valorizza e codifica questi approcci rendendoli una vera e propria disciplina psico-spirituale.

Come deve porsi uno psicoterapeuta davanti a una/un paziente omosessuale o trans? Prima di tutto, ci dice Barrilà, è necessario che sia in possesso di un’adeguata formazione perché le figure professionali che prendono in carico i pazienti LGBT+ spesso non conoscono nemmeno la differenza tra orientamento sessuale e identità di genere. Dopo aver fornito le informazioni indispensabili per colmare questa lacuna conoscitiva, l’autrice si addentra nel vivo della sua trattazione, compiendo un lavoro che non era mai stato fatto: riadattare la sua disciplina alle esigenze specifiche delle persone LGBT+.

In una sezione squisitamente antropologica, l’autrice traccia, in relazione ai temi affrontati, la storia delle religioni, della spiritualità e delle credenze di vari popoli di ciascun continente. Un’operazione che ha molteplici funzioni: prima di tutto decostruisce in modo sorprendente la percezione diffusa che l’insieme delle convinzioni occidentali in materia di genere e sessualità siano fondate su principi assoluti, innati e universalmente validi, e non siano piuttosto contestualizzabili e storicizzabili in quanto prodotti culturali. Risponde poi a un’esigenza intrinseca alla solitudine di ogni minoranza, per cui il lavoro di riscoperta e ricostruzione della storia della cultura LGBT+ «è paragonabile alla scoperta delle proprie origini e della propria terra che compiono le persone migranti, quelle orfane e quelle adottate, una forza di contatto con gli antenati, la forza che sta alle proprie spalle»

Soprattutto, fornisce la base documentaria per l’estrapolazione e l’elaborazione di archetipi, offerti da diverse figure mitologiche (il serpente arcobaleno è una di queste), e di simboli da usare come potenti alleati nel cammino «eroico» verso l’affermazione della propria identità e il superamento dei blocchi dovuti all’omo-lesbo-bi-trans-negatività ambientale interiorizzata e ai danni psichici arrecati dal minority stress.

Il coming out viene affrontato come un’iniziazione che porta a una nuova nascita e che, come ogni rito di passaggio, prevede una successione di momenti cruciali, dall’isolamento/separazione dell’individuo dal gruppo (la fase del coming out interiore con se stess*, in cui si prende coscienza della propria identità), alle prove da affrontare per reintegrarsi nella società forti del nuovo status acquisito e del supporto delle altre persone che hanno condiviso lo stesso percorso.

L’ideazione più potente di Barrilà è quella del concetto di OmoSé, una profonda realtà psichica e spirituale da salvare e liberare per restituire al Sé la sua integrità e la sua sacralità violata. È un compito destinato non solo alle/i pazienti LGBT+, ma anche a tutt* le figure professionali che le/li prendono in carico, a prescindere da quale possa essere il loro personale orientamento affettivo/sessuale.

Gli psicoterapeuti, gli psicologi, gli analisti, i counselor, devono arrivare a sgombrare la mente e l’anima da tutti i pregiudizi interiorizzati, ponendosi «vuoti e svegli» davanti ai pazienti, per poter accogliere le loro istanze esistenziali e rispecchiarle nel modo più efficace, e costruire un rapporto terapeutico fondato sull’«amore incondizionato».

Solo una volta recuperato e incluso, l’OmoSé può essere trasceso all’interno del Sé, in chiave appunto transpersonale, cioè superando i confini identitari dell’individualità personale: potersi permettere di farlo ne attesta, forse, la più completa liberazione e guarigione.

Pubblicato sul numero 51 della Falla, gennaio 2020

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