INTERVISTA ALL’ARTISTA: EFFEINBLUE

di Francesca Anese

Federica Perazzoli è co-fondatrice del collettivo artistico Gli Infanti e ideatrice del progetto queer Vakk-a, nonché grafica della Falla. Si definisce artigiana, ossia qualcuno che sa fare qualcosa. La sua formazione è filosofica e, a livello artistico, autodidatta. Si è inizialmente occupata di pittura ritrattistica, ha attraversato la scultura marmorea e la manipolazione dell’argilla, per poi approdare all’illustrazione.

Nel mese del quinto anniversario dalla morte di Flavia Madaschi, storica paladina Agedo che guida i cuori delle e degli attivist* bolognesi, ha realizzato per noi un suo ritratto.

Ciao Effeinblue! Da dove viene questo nome d’arte?

Mi firmo Effeinblue. La spiegazione affascinante è che ho un’ossessione profonda per il blu, in ogni suo significato possibile. Studiando nozioni di fotografia, ho scoperto l’ora blu e da lì ho tratto il nome.

Possiamo anche dire che dovevo giustificare la mia firma sui quadri (una forma molto simile a quella di Klimt, ma con scritto “effe”) e mi serviva un nome appetibile per il mio profilo Twitter di duemila anni fa. Ho fallito palesemente.

Più che artista, ti descrivi quasi come un animale da lavoro. Chi ha avuto maggiore importanza nel tuo percorso?

Per la mia formazione artistica e personale è stata fondamentale, durante l’adolescenza, la conoscenza e il rapporto quasi paterno con lo scultore Paolo Annibali – una persona che mi ha insegnato molto sull’arte e sulla vita.

A cosa si ispira il tuo stile?

Le mie basi affondano nello studio maniacale di tantissimi artisti, fra cui Klimt, Julian Schnabel e Howard Hodgking. Ora sto sperimentando una sorta di pseudo illustrazione e il dilagare dell’arte sui social aiuta molto. Dieci anni fa sfogliavo cataloghi e libri enormi, ora apro Instagram.

Cosa rappresenta Flavia Madaschi per te?

Flavia resterà una figura che aleggia sopra la mia testa. Il primo luogo frocio di Bologna che ho frequentato è stato il Centro di Documentazione del Cassero a lei dedicato e la responsabile, Sara De Giovanni, mi ha spiegato chi fosse. Era morta poco prima che io mi affacciassi al Cassero. Ci siamo, per così dire, sfiorate.

Perché secondo te la figura di Flavia è così importante nella nostra comunità casserina? 

Io non ho conosciuto Flavia e quindi ne vedo solo le eredità: ha dimostrato che è possibile essere un genitore di persone LGBT+ con amore incondizionato e orgoglio. Nei racconti che mi sono stati riferiti, Flavia c’era sempre per chiunque.

Perché la macchia è la tua firma?

Vuoi la risposta fattuale o ontologica?

Ci sono due versioni. Anni fa dipingevo un mio autoritratto e non riuscivo a fare bene un occhio. Dipingevo, sbagliavo, rimettevo il gesso e ricominciavo. Guardando il ritratto con quella macchia di gesso a coprire l’occhio mi sono detta: «Eccomi ora mi vedo realmente». Da lì ho cominciato a coprire parti del volto con macchie di colore, zone che tradizionalmente definiscono una persona. Con gli occhi o la bocca coperti, l’animo della persona ritratta viene fuori in tutta la sua potenza.

Pubblicato sul numero 51 della Falla, gennaio 2020

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