Storia e presente di un concetto complesso

In uno studio del 1998 dedicato all’identità lesbica e al suo spazio culturale, Sally Munt dedica un intero capitolo al corpo butch che definisce come «la forma pubblicamente riconoscibile del lesbismo» nelle nostre società. La butch, scrive Amy Tooth Murphy in un articolo del 2020, incarna uno specifico flâneur che la rende chiaramente identificabile sia all’interno delle comunità queer che nel più largo contesto eterosessuale, dove, con la sua presenza, fa diventare più queer le città. Perché la butch non fa teoria queer, la butch è queer


Butches. O, all’italiana, maschie.

Nelle comunità lesbiche, butch è un simbolo che evoca non solo ribellione di genere, ma anche libertà e potenza sessuale: «Potrei riconoscere una butch a cento metri di distanza», scrive la regina delle femme e fondatrice dell’archivio lesbico più grande del mondo, Joan Nestle, «e sentire ancora il brivido che mi dà il suo potere».     In italiano, non è difficile proporre una traduzione di butch perché nella nostra lingua, così come nei dialetti parlati in giro per la penisola, esistono diversi termini usati, spesso anche con un’accezione negativa, per indicare una donna o presunta tale, dagli atteggiamenti e dall’abbigliamento immediatamente riconoscibili come maschili: camionista, camionara, mascula, maschia, maschiaccia, per citare solo quelli forse più noti. Dalla traduzione datata 2004 del romanzo cult Stone Butch Blues di Leslie Feinberg, però, è più facile che vi capiti di imbattervi anche nelle comunità queer e lesbiche italiane nel termine butch. Ciò è certamente legato all’influenza del mondo queer anglofono sull’Italia, ma non solo: rispetto ai termini italiani, butch ha infatti tutto un altro sapore in virtù di una storia di orgoglio che, negli Stati Uniti, va avanti almeno dagli anni Cinquanta.

La copertina di Stone Butch Blues con Leslie Feinberg, figura iconica del movimento transgender amatissima anche dalla comunità lesbica. Il testo, uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1993, è stato tradotto in italiano nel 2004 da Il Dito e La Luna.

«L’identità butch», spiega la padre di tutte noi butch Esther Newton nella sua autobiografia My Butch Career (2018) e nel documentario a firma di Jean Carlomusto Esther Newton Made Me Gay, che sarà proiettato per la prima volta in Italia al prossimo festival di cinema lesbico Some Prefer Cake, di cui sia Newton sia Carlomusto saranno ospiti, «è un’invenzione della comunità lesbica» che si fonda sulla «riappropriazione» di codici identificabili come maschili da parte di persone da cui, per motivi culturali e sociali, non ci aspetteremmo una performance di maschilità.

«Butch è un’identità di genere», continua Newton con buona pace di quelle lesbiche che non credono nella sua esistenza, «che fonde insieme maschilità femminile (female masculinity) e desiderio omosessuale», in un mix che, quando è vissuto con piena accettazione, diventa «eroticamente esplosivo».   Non sempre, però, è facile vivere bene la propria butchness. Questo è sicuramente legato al fatto che nelle nostre società la figura della lesbica mascolina svolge la funzione di uno stereotipo negativo che serve a mantenere tutte le donne lontane dal lesbismo. 

«Parte della propaganda contro ogni categoria di lesbismo», spiega Finn Mackay, «è definire il lesbismo come segnato da bruttezza e solitudine, ovvero come poco attraente per gli uomini e non femminile e quindi come una minaccia costante alla conduzione di relazioni con il sesso maschile». Il corpo butch è esposto a interventi di correzione di genere per risultare più femminile o meno maschile, viene accusato di scimmiottare gli uomini o di costituire una loro versione mancata e può essere più facilmente sospettato di sessismo o patriarcato interiorizzato persino all’interno delle stesse comunità femministe: la figura della lesbica mascolina è una figura ingombrante, come sa bene qualsiasi lesbica non butch che si sia trovata, nel bene o nel male, a farci i conti.  Butch, quindi, non è solo un’invenzione della comunità lesbica, ma è anche una risignificazione orgogliosa, per usare sempre le parole di un famoso articolo di Newton del 1984, dello «stigma» a cui il lesbismo è stato a lungo storicamente associato. Da una prospettiva storica, l’esperienza della solitudine, del rifiuto, della mancanza, dell’esclusione sociale sono componenti importanti dell’identità butch che, come non smette di ricordare Heather Love, continuano, in una certa misura, a condizionarne l’esistenza anche oggi. 

La copertina di My Butch Career, l’autobiografia dell’antropologa culturale e icona butch Esther Newton. Newton e Carlomusto saranno a Bologna ospiti del Festival di cinema lesbico Some Prefer Cake a settembre per la prima proiezione italiana del documentario dedicato alla vita e agli studi di Esther: un’occasione da non perdere per amanti della storia più queer del lesbismo!

Forse anche per questo nella letteratura butch-femme potrete facilmente imbattervi (e magari, appunto, come me, esaltarvi) in espressioni come “sciogliere la pietra” in riferimento all’emotività butch o in bellissimi racconti di scene di sesso in cui è la fantasia sessuale esplicitata nello scambio erotico con la partner a definire e legittimare il corpo butch. «Ti voglio nel modo in cui tu hai bisogno di essere, che può essere quello non tradizionalmente associato a una femmina, ma quello in cui tu ti esprimi come butch», scrive Amber Hollibaugh in un intensissimo pezzo sul sesso lesbico e i ruoli butch-femme scritto a quattro mani con Cherrie Moraga e che negli Stati Uniti ha fatto la storia delle sex wars.

C’è stato infatti un momento nella storia del femminismo statunitense in cui essere butch o femme non era ben visto e in cui la coppia butch-femme veniva considerata una forma di imitazione culturale dell’eterosessualità. Durante gli anni Ottanta, diverse lesbiche butch-femme della working-class statunitense, tra cui appunto Nestle, Hollibaugh, Moraga e poi anche Newton, reagirono a questo tipo di narrazioni sottolineandone la miopia femminista: attaccare le butch e le femme significava infatti non solo disprezzare delle persone in carne e ossa, ma anche privare il femminismo di un discorso sulla sessualità e sull’erotico in grado di espandere il discorso femminista sull’agency sessuale delle donne.  

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