La Granduchessa Anastasia Romanov dopo anni di misterioso silenzio riapparve tra le bolsceviche e fu subito festa, la Rivoluzione Gaia. 

Da quanto diceva, era riuscita a fuggire dalla madre Russia, travestita, fingendosi popolana, operaia, modella, domatrice di frocie forastiche approdando sulle coste ioniche al campeggio di Capo Rizzuto. La regina venuta dal mare,coperta di stracci che astutamente barattò con veli, trine e merletti, comprese subito che quel baratto serviva a poco perché le allegre indigene vivevano nude adornate solo da cappellini, foulard, gioielli (finti) e tacchi a spillo. E tic tac…tic tac…divenne da prima un contagioso scioglilingua canticchiato giorno e notte dalle campeggiatrici e simultaneamente una performance, forse la sua prima opera pubblica sui palcoscenici rainbow. 

Potremmo definirla la prima forma di teatro frocio collettivo, orizzontale, istantaneo, nasceva e finiva anche in cinque minuti. Molto più seducente quando la performance durava qualche ora  se non qualche giorno, come durante i festeggiamenti per la presa del Cassero nel 1882, quando a casa della Valerie nella Traumfabbrik di via Clavature ci fu una non stop che prese spunto da una scenata di gelosia nel pomeriggio e terminò per sfinimento nella serata del giorno dopo. Potrei andare avanti con aneddoti e ricordi ma non basterebbe l’intera Falla per contenerli. 

Sento però la necessità intellettuale e politica di descrivere, quantomeno provarci,  personaggio e personalità di Ciro Cascina: la Romanov svelata. Era nomade o molto poco stanziale, non aveva e non voleva una casa propria preferendo a essa l’ospitalità di persone belle. Mangiava poco non solo per scelta dietetica ma, credo, per umiltà e gratitudine, girava spesso scalza, voleva il contatto con la terra. Amava i colori e i suoi vestiti ce lo confermano e anche di questi non ne vantava il possesso. Erano regali, come pure la tantissima chincaglieria che di solito metteva in moto la performance di seduzione, convincimento fisico a cui era impossibile sfuggire. 

Col tempo aveva trovato un prezioso materiale etnoantropologico e umano nelle feste popolari religiose, in cui si donava in ascetica catartica devozione alla vita, alla sua bellezza e naturalità. Canti e danze alla Candelora o alla Madonna delle Galline di Pagani, a quella dell’Arco di Pomigliano che la vedevano seduttrice spirituale della legenda. 

La grande regina scalza, l’incarnazione del gender o la quintessenza del queer, la dispensatrice di gioia, risate e rivoluzioni se ne è andata cantando e danzando nei nostri cuori, nell’abbraccio alla grande madre terra. 

A Ciro Cascina siamo debitrici e debitori di visibilità conquistate, di provocazioni rivoluzionarie, di socialità gioiosa. Senza dimenticare che non amava la proprietà privata e i suoi spettacoli erano regali che lui elargiva, come una volta a Forte Prenestino, come rimborso alla sua pièce La Madonna di Pompei alla moneta preferì una fetta di cacio fatta dai casari autonomi. Grazie degli orizzonti immensi Duchessa Anastasia Romanov.

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