Tra gli esiti possibili del referendum costituzionale dello scorso mese, in bilico fino agli ultimi sondaggi condivisibili, non era facile immaginarsi una vittoria del NO. Non lo era per chi, come me, vedeva ormai al parossismo una deriva fascistoide di questo paese, tanto nel governo quanto nelle proiezioni di voto, nella cronaca e nelle chiacchiere da bar. Non lo era neanche per chi ha l’abitudine di analizzare dati e andamenti dell’opinione pubblica, non solo o non tanto perché la vittoria del NO sembrava improbabile (c’è chi l’aveva prospettata), quanto per la deflagrazione che questa ha avuto nella compagine di governo. 

Chi poteva immaginare che in pochi giorni Meloni avrebbe operato un repulisti così radicale su figure che fino a poco prima del referendum difendeva strenuamente? Si tratta ad esempio del caso di Delmastro, certo raggiunto a pochi giorni dal voto da nuove inquietanti notizie, ma che già aveva incassato una condanna in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio sul caso Cospito. Si tratta di Bartolozzi, magistrata ormai politica piuttosto vicina a Delmastro e ora dimissionaria dal ruolo di capo di gabinetto del Ministro Nordio. Fin qui sembrerebbe un giro di vite sul Ministero di Grazia e Giustizia, fatto salvo proprio Nordio che alcune malelingue vorrebbero non intoccabile, ma semplicemente complesso da sostituire in assenza di nomi validi per quello scranno ormai così scottante. Eppure si è trattato anche di Daniela Santanché, al centro di diversi casi giudiziari la cui rilevanza è però nota a chiunque già da almeno due anni, e quindi perché ora? 

Sembrerebbe una pulizia di facciata, un tentativo di chinare la testa dopo che la Presidente aveva personalizzato il dibattito referendario tramutandolo in uno scontro all’ultimo sangue con le toghe, che ne sono però uscite vincenti. 

In ogni caso è necessario farsi poche illusioni. Sicuramente il governo Meloni esce indebolito da questa tornata referendaria (basti vedere anche i sommovimenti interni a Forza Italia con la dimissione da capogruppo di Gasparri imposta da Marina Berlusconi), ma da qui alla fine della deriva di destra estrema in questo paese ce ne passa ancora. Non solo per l’assenza di alternative con solide basi nell’elettorato, ma per il consenso personale nei confronti di Meloni che non è crollato quanto vorremmo sperare. Questo esito non cambia quello che sappiamo, come persone LGBTQIA+, rispetto al nostro ruolo in Italia, alle lotte che siamo costrette a portare avanti e che dovremo continuare a nutrire. 

Per fugare ogni dubbio: voto anticipato? Non così tangibile rispetto alla forza di questa ammaccata maggioranza, più probabile, nel caso, per una scelta consapevole di non affrontare la prossima finanziaria, su cui gravano sia il contesto internazionale che una procedura d’infrazione per deficit cui non siamo riuscite a sfuggire. In ogni caso, alla posterità l’ardua sentenza. 

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