Il coming out è un processo, l’ho letto e riletto mentre scrivevo la tesi per la laurea triennale in psicologia dal titolo “L’accompagnamento psicologico con le persone gender variant”. L’ho scritta non da ragazzo, ma da uomo fatto e sfinito. Prima non mi è stato possibile proprio a causa degli esiti familiari di uno dei miei coming out. Ne parlo al plurale perché non ce n’è stato solo uno. A onor del vero, e non senza metaforica barba lunga, ancora mi ritrovo a dovermi spiegare quasi ogni giorno a barista, fornaiə, amicə dell’amicə e l’ultimə arrivatə a lavoro. Ognunə ha il proprio sport, si dice, il mio é il salto al misgendering.

La prima volta che mi è stato chiesto di declinarmi, la ricordo con vividezza. Ero molto piccolo, frequentavo quella che allora si chiamava scuola materna, ma che di materno, lo assicuro, non aveva nulla. Il sottoscritto la ricorda invece come il primo luogo di sperimentazione della pratica del dissenso ai molteplici ammaestramenti. In quel contesto, mentre percorrevo l’atrio al seguito di due bambine, un maschio sfreccia verso di noi e nel passare spinge a terra una delle due femmine, il sottoscritto interviene tirando una filippica sul senso di giustizia che ha l’effetto di un cilum sulla 500 special dei miei, a finestrini chiusi. Il mocciosetto, con gli occhi impigriti e un filo di voce, si gioca titubante «Ma te sei un maschio o una femmina?».

Per un momento mi sento proiettato nell’esosfera. Quando riatterro il mondo si è diviso in due. Di qua o di là, scegli. Un dito nel naso o uno nell’occhio: scegli. Tracotante e ruvida quella domanda, che a partire da quel momento puntellerà la mia vita sempre provocando in me il medesimo senso di smarrimento. Sferrata di traverso, strisciante, efficace, la pugnalata di un brigante sfilata dal tabarro e, ogni volta, il mondo diventerà una Berlino pre ‘89, che tra l’altro é stata la città in cui non troppo tempo prima ero stato concepito. Un maschio, rispondo allora io: un maschio.

Ecco, questo è stato il mio primo binarissimo coming out, è successo una vita fa, era il ‘77, l’anno del punk, ma non in Italia. Qui da noi era l’anno in cui invece a Bologna chiudeva Radio Alice, in Via del Pratello 41, sotto la mano violenta della polizia. Lo slogan della radio era “dare voce a chi di voce non ne ha avuta mai”, una radio senza palinsesto, libertaria e dadaista quanto, di lì in avanti, lo sarebbe stata la mia vita.