PIÙ DI UN CARRO DI BUOI

di Andrea Talevi

Gioia e, soprattutto, dolore, il pelo corporeo è stato da sempre un grande cruccio nel corso della storia dell’umanità. Già le civiltà arcaiche elaborarono un preciso codice estetico che ne prevedeva la doverosa e dolorosa estirpazione. Per gli Egizi un corpo completamente glabro, purificato da ogni traccia di pelo e capello, era attributo della nobiltà, cioè della divinità. Successivamente, per i Greci e i Romani il culto del corpo glabro andava di pari passo con l’idea di una fisicità curata, civile, sociale, e questo valeva sia per le donne che per gli uomini. Non è un caso se, infatti, le uniche fonti che testimoniano di persone pelose lo fanno sempre in riferimento a categorie sociali che vivono ai confini, quando non sono precisamente emarginate: i poveri, i vecchi, i pazzi, gli eremiti.

Una folta schiera di figure misteriose, mistiche e ferine, ascetiche e selvagge, in cui il pelo corporeo è cifra di una bestialità dionisiaca e perduta, oppure il rifiuto di una volontà normativa sociale, un segno di ribellione. L’avvento della Cristianità arricchisce la simbologia del pelo corporeo come un qualcosa da ricondursi alla Bestia, al Capro, a tutto ciò che è deprecabile e corporale, ma allo stesso tempo esalta quella della barba come segno di saggezza e illuminazione.

Per una vera rivoluzione estetica dobbiamo guardare alla storia più recente, proprio ai moti rivoluzionari o agli sperimentalismi artistici. La troviamo, ad esempio, nei filmati porno sperimentali degli anni ’70 che, spogliati di quella pruriginosa pudicizia, mostrano fieramente una rigogliosa peluria, per lui ma anche per lei e soprattutto in zona inguinale, indiscussa protagonista di una serie di arditi scatti fotografici nei folli anni ’80. Proprio quella zona che, nel periodo immediatamente successivo, viene presa di mira in modo tenace. Il motivo di questo accanimento va a individuarsi nei ferrei canoni estetici che il mercato mainstream impone attraverso la moda, le icone del cinema e dello spettacolo. Proprio intorno alla metà degli anni ’90, almeno in Italia, arrivano i primi segnali di controtendenza: a Milano si costituisce la comunità di Orsi Italiani, ispirata ai gruppi Girth and Mirth, che fanno della villosità un vanto e un riconoscimento, quando non una vera e propria celebrazione.

Il significato più esplicito che assume la peluria è quindi quello immediatamente riconducibile alla virilità, alla mascolinità: per questo lo sdoganamento del pelo è stato più semplice per gli uomini e non altrettanto per le donne: eppure alcuni pionieristici tentativi ci sono stati e, oggi, continuano a esserci. Donne che si rendono protagoniste critiche e consapevoli dell’atto depilatorio, o che magari decidono di non depilarsi, come Safiya Nygaard, coraggiosa Youtuber che si mostra di fronte alla telecamera con le proprie braccia pelose.

Nell’epoca dell’autodeterminazione e della rottura del binarismo normativo, anche la peluria gioca un ruolo chiave nella riconquista dei propri corpi.

pubblicato sul numero 37 della Falla – luglio/agosto/settembre 2018

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