POSITIVA.

La storia sepolta delle donne affette da Hiv.

di Vincenzo Morteo

Un virus ha un’intelligenza impersonale, vincolata alla sua natura di invasore. Serpeggia al di sotto dei costrutti sociali della specie in cui si riversa, al di sopra della nostra concezione del giusto, della nostra misura del tempo. Nell’Hiv, tuttavia, e nella sua propagazione c’è un grado di disuguaglianza che la specie umana ha artificialmente indotto, come un fiume la cui corrente si forza a deviare.          

Questa è la storia sepolta delle donne. Sin dalla prima esplosione epidemica, gli effetti dell’infezione femminile si sono manifestati con tratti disparitari e svantaggiosi. Le donne costituiscono attualmente il 51% dell’intera popolazione mondiale adulta affetta da Hiv e le complicazioni correlate alla sindrome di immunodeficienza acquisita rappresentano ancora oggi la prima causa di morte per le donne in età riproduttiva tra i 15 e i 44 anni.       

Nell’Africa orientale e sud-occidentale, tra le donne si verificano in media 4.500 nuove infezioni ogni sette giorni. In generale, nel continente, il 64% delle persone che contraggono il virus sono ragazze tra i 15 e i 19 anni, con un potenziale di rischio cinque volte superiore rispetto ai loro coetanei maschi. Anche nell’Europa occidentale e nell’Asia centrale, dove la maggior parte delle persone affette da Hiv sono uomini che fanno uso di droghe iniettive, le donne costituiscono una percentuale in preoccupante crescita.

La natura disomogenea della propagazione del virus tra i sessi è causata ed aggravata dalle disparità nello status sociale, economico e culturale delle donne nelle società di tutto il mondo. Violenze domestiche a sfondo sessuale, sistemi legislativi sessisti e rischiose pratiche tradizionali rinforzano dinamiche di disuguaglianza tra uomini e donne, lasciando le seconde più vulnerabili all’impatto dell’Hiv.  

Una manifestazione in Sudafrica

Una delle cause che concorrono al peggioramento del quadro è la difficoltà riscontrata dalle donne all’accesso ai servizi sanitari. In molti paesi, gli ostacoli possono porsi su vari livelli: individuale, comunitario, sociale (spesso interconnessi) e tradursi in interventi medico-chirurgici applicati senza il consenso della donna (e.g. sterilizzazione, test di verginità, interruzione di gravidanza). Inoltre, in 29 Paesi del mondo la donna non può accedere ai servizi sanitari senza il consenso dell’uomo al quale è sposata o che su di essa esercita la patria potestà. In altri Stati, dove i servizi d’assistenza sanitaria, inclusi quelli dedicati all’Hiv, sono di più facile accesso, questi rimangono principalmente dedicati alle donne sposate con figli. Gli operatori all’interno di tali servizi considerano il fornire informazioni e assistenza alle donne che praticano sesso al di fuori del matrimonio come incoraggiamento alla prostituzione e al traffico di minori. Questo è dovuto alla pressione sociale di fondamentalismi religioso-culturali, nel cui superamento l’educazione gioca senz’altro un ruolo essenziale, così come nelle pratiche di prevenzione messe in atto dagli individui. Alcuni studi hanno confermato che un’adeguata istruzione conduce a risultati migliori nell’esito delle pratiche d’assistenza sanitaria: aborti più sicuri, gravidanze posticipate e parti meno rischiosi. In Botswana Unaids ha confermato che per ogni anno di scuola accumulato dalle ragazze si verifica un abbassamento dell’11% di possibilità di contrarre il virus. Tuttavia, l’educazione sessuale e le informazioni fornite sull’Hiv sono raramente adeguate. Un sondaggio condotto attraverso l’Africa orientale e sud-occidentale tra il 2000 e il 2015 ha riscontrato che solo il 37% delle donne conosce correttamente il virus e le sue modalità di trasmissione.

Un altro rischio per le giovani donne di contrarre l’Hiv è costituito dalla violenza sessuale domestica. Sempre in Africa, questo genere di violenze è stato identificato come il fattore primario di trasmissione del virus. Più del 30% delle ragazze d’età compresa tra i 15 e i 24 anni in Uganda, Zambia, Tanzania e Zimbabwe ha subito violenze da parte del partner negli ultimi dodici mesi. Si stima inoltre che metà delle giovani tra i 15 e i 19 anni in Namibia subirà una violenza sessuale da parte del proprio partner. La situazione non è migliore in Brasile, dove uno studio ha dimostrato la natura correlazionale tra infezione e violenza sessuale. Il 98% delle donne a cui è stato diagnosticato il virus dell’Hiv ha alle spalle una storia di abusi sessuali.           

Pratiche controverse come la mutilazione genitale femminile, sono tra le principali responsabili delle infezioni da Hiv, per diverse concause: l’uso ripetuto dello stesso equipaggiamento chirurgico, i rapporti sessuali con sanguinamento vaginale, i rapporti anali compiuti per evitare la dispareunia, le rischiose pratiche ginecologiche ed ostetricie effettuate durante il parto e la gravidanza.

In Europa, secondo un report delle Nazioni Unite, dei giovani che compongono il 41% dei nuovi casi d’infezione, la maggior parte (più del 60%) sono donne. Tuttavia, nella storia della ricerca e della sperimentazione sull’Hiv le donne sono state da sempre quasi del tutto ignorate. Tradizionalmente, gli studi sono stati condotti all’interno della popolazione MsM (uomini che fanno sesso con altri uomini), perpetuando lo stigma del virus come gay-correlato. Il risultato è che il trattamento terapeutico attualmente disponibile contro l’Hiv può manifestare effetti collaterali più frequenti o più gravi nelle donne piuttosto che negli uomini, tra cui complicazioni al fegato e la riduzione dell’efficacia dei contraccettivi ormonali.

A livello globale, i dati sulla concentrazione delle nuove infezioni indicano che le donne sono tra le vittime in costante aumento: 46% nell’Europa Orientale, 48% nel Medio Oriente e nell’Africa Settentrionale, 36% nell’America Latina, 29% nell’America Settentrionale e nell’Europa Occidentale. Un virus non è un invasore invisibile. Al contrario, la sua propagazione rende evidente ciò che cerchiamo di mantenere impercettibile: i modi in cui ci relazioniamo agli altri. Le linee che traccia, che ci uniscono e separano, si sovrappongono alla planimetria dell’ineguaglianza, elaborata in millenni di storia sessista, peniafobica, misogina, razzista, omofoba. I modi in cui collochiamo noi stessi e gli altri nel mondo sono i modi in cui ci infettiamo. In cui eleviamo un micro-patogeno a una conseguenza etica, una punizione ultraterrena, un sillogismo economico.

La storia sepolta delle donne sieropositive, violentate, accantonate, abusate, dimostra che l’Hiv non è una condizione morale, ma una condizione umana. Un manifesto di riscatto tra le pieghe di un pamphlet di disuguaglianza. Sieropositiva è un promemoria di liberazione che non deve essere dimenticato.

Fonti:

Women and girls, Hiv and Aids
Women, Hiv, facts and figures

pubblicato sul numero 30 della Falla – dicembre 2017

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