Muore bell hooks il 15 dicembre e noi, in un modo o nell’altro, ci siamo fermatə tuttə. 

Per ricordarla, si potrebbe partire dallo pseudonimo, cifra della sua «soggettività inedita», che riprende il nome della bisnonna materna, Bell Balir Hooks, ma con le iniziali in minuscolo. Nel rinominarsi sotto il segno delle madri, inscrive già le coordinate del suo posizionamento come attivista femminista, insegnante e scrittrice afroamericana cresciuta nel Sud segregato degli Stati Uniti, negli anni Cinquanta.

Lascerà la sua casa, che poi definirà il più importante «sito di resistenza», per ritrovarsi tra i banchi universitari dei primi corsi di women’s studies a Standford, e si scontrerà fin da subito con le storture del femminismo statunitense «riformista». 

La categoria stessa di “donna” – intesa come esperienza unica e destino condiviso – è il primo «presupposto distorto» per cui militare tra le file delle femministe, prima ancora che nel movimento per i diritti civili delle persone afroamericane. Quando nel 1981 verrà pubblicato Ain’t a Woman? Black Women and Feminism, scritto ai tempi dell’università, la sua identità di donna, nera, razzializzata, di classe umile, irrompe come soggettività altra, esterna alle schiere del femminismo bianco anni Settanta con la sua tendenza a oscurare l’esperienza delle donne nere senza comprenderla e ad appropriarsene per riraccontarla dal centro. 

Il monito di non isolare il sessismo e il razzismo, ma di coglierli come strumenti interconnessi del «patriarcato capitalista suprematista bianco» proviene dalla sua esperienza diretta con l’autoritarismo paterno vissuto tra le mura domestiche e la segregazione razziale. La nozione stessa di autorità si decostruisce a partire dal nome – bell hooks – spogliato del maiuscolo, come autrice e poi come insegnante. 

Influenzata dalla pedagogia critica dell’educatore brasiliano Paulo Freire, individua nelle scuole secondarie e nelle università i luoghi dove far fiorire la teoria come pratica di guarigione del sé e di impegno politico collettivo. Da qui, l’importanza di una scrittura non accademica, segnata dalla vocazione di comunicare la complessità, di fornire strumenti di decifrazione del reale e delle sue rappresentazioni. Come racconterà nel 1994 in Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà (Meltemi, 2020) non è possibile parlare di liberazione e di libertà, se nelle aule scolastiche non si costruiscono «comunità di apprendimento» e palestre di pensiero critico, se chi insegna non è in grado di decostruire il proprio potere per investire nella teoria il proprio corpo e il vissuto personale. Da Elogio del margine, ritradotto da Maria Nadotti per Tamu Edizioni nel 2020, impariamo a ripensare alla marginalità come un «luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza». Nel ricordarla però non limitiamo la nostra gratitudine alla citazione. La sua memoria dovrà essere quotidiana, quando ci troveremo a scrivere, o se ci troveremo a insegnare, nel nostro attivismo e nella lotta per l’accessibilità ai saperi come premessa vera di ogni trasformazione sociale.

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