XM NON DEVE MORIRE

Di Federica Perazzoli

Sabato 29 giugno a Bologna si è tenuta la manifestazione del centro sociale XM24 contro l’imminente sgombero dei locali di via Fioravanti 24. Mentre ero lì al corteo, insieme a migliaia di persone, mi sono chiesta: «Perché si è arrivat* a questo punto?»

Decido di confrontarmi con le persone che vivono XM quotidianamente. Perciò, giorni dopo, mi reco là, per quello che è stato forse uno degli ultimi mercatini biologici di Campi Aperti nella sede dell’Ex Mercato. Incontro Andrea, nome agender fittizio con il quale usano presentarsi ai media le/gli attiviste/i. Ci sediamo e cominciamo a parlare. In alto sullo sfondo il Mostro, come lo chiamano qui, cioè la Trilogia del Navile, la rovina abitativa e sociale della Bolognina, uno dei tasselli di questa storia infinita. Viene subito fuori che lo sgombero è previsto perché il lotto su cui si trova il centro sociale rientra nel progetto comunale di riqualificazione della zona di via Fioravanti. I lavori del Mostro sono fermi da diversi anni, a causa dei fallimenti delle società coinvolte in questo progetto. Ora la proprietà è stata venduta all’ennesima società ed è quindi probabile che a breve riprendano i lavori.

Questo cosa significa? XM deve morire. XM è incompatibile con la Bolognina che sarà. Andrea parla di neoliberalismo, di capitalismo e di un modo di fare reazionario del Comune il quale, invece che preservare e sviluppare quanto è già presente e riconoscerne il valore sociale, umano e politico effettivo, arriva con la sua soluzione pronta a smantellare 17 anni di storia. Ecco quindi l’idea del cohousing, il sontuoso progetto abitativo del comune. Andrea, parlando di quale sia l’uso ultimo previsto del lotto sul quale si trova XM, si mette a ridere. Prima la Caserma, poi la Casa delle Culture, ora il cohousing. Mi spiega come negli ultimi due mesi il Comune abbia lavorato forsennatamente affinché il suo progetto rientrasse nei vincoli collegati al lotto di via Fioravanti (creare luoghi fisici di aggregazione, di condivisione, di cultura etc.), lasciando invece Xm abbandonato a sé stesso.

Ad Andrea non interessa tanto esprimersi a livello politico istituzionale, le questioni del palazzo non riguardano XM, se non nella misura di comunicazioni e dialogo. Ad A. interessa che cosa deve fare XM, come deve continuare XM. Mi dice che ormai non ha senso neanche porsi più queste domande, in quanto la sentenza di Merola è stata chiara: «La telenovela è finita». Io chiedo come sia possibile per una giunta Pd arrivare a usare questi toni salviniani. La risposta di A. è semplice: il Pd è la sinistra italiana, pertanto non possono essere che i buoni, e se non sei con loro sei di conseguenza tra i cattivi. A. ha ribadito più volte che XM era pronto al dialogo, voleva il dialogo diretto con il comune, ma ciò non è mai accaduto.

L’altra questione sono gli spazi. Il comune ha offerto a XM degli spazi, ma nessuno era adeguato a ospitare le attività di questo posto per lontananza e/o per scarsità di metri quadri. A. ci tiene a precisare che le realtà che abitano XM sono circa una decina. Dire XM vuol dire inglobare differenti realtà che condividono lo spazio di via Fioravanti 24. È un luogo plurimo, fatto di diverse anime eterogenee, realtà che hanno creato un centro sociale in cui la cittadinanza è messa in pratica, vive e si evolve. XM – prosegue Andrea – è anche catalizzatore per quelle realtà definite scomode: povertà, migrazione, emarginazione sociale. È un luogo pubblico, mi dice A., e puoi farne parte se condividi i valori dell’antifascismo, dell’antisessimo, dell’antirazzismo, dell’inclusione, dell’autogestione. A. deve andare, a breve ci sarà l’assemblea pubblica in cui deve intervenire. Però mi presenta un’altra persona, un* altr* Andrea disponibile a parlare con me.

A. è in XM dal 2004. Il discorso prende subito la piega che mi aspettavo: gli spazi inadeguati, l’incapacità dell’amministrazione di gestire la questione XM. Per A. il Pd è alla frutta, e XM – per la giunta Merola – può essere un buon banco di prova per dare l’idea di essere ancora vivi. Ma agendo così hanno lavorato soprattutto contro gli abitanti della Bolognina. Abitanti con i quali negli anni XM ha avuto qualche incomprensione soprattutto per la questione delle feste. Il numero degli eventi rumorosi si è ridotto drasticamente mentre sui giornali si continua a scrivere delle grandi feste che si organizzano. XM si è fatto carico delle responsabilità nei confronti del vicinato e ha mediato con essi.  A. mi fa poi riflettere sul termine legalità. Lo si associa alla parola giustizia, ma nella stragrande maggioranza dei casi si parla di giustizia e non di legalità. Perché la legalità è un’altra cosa, e l’Italia ha un corpus giuridico enorme che viene usato a proprio piacimento da chi esercita il potere. Io gli espongo l’idea che mi sono fatta in questi otto anni, si sono chiusi i locali per la quiete pubblica e quindi si sono riempite le piazze. Ora svuotiamo le piazze per il decoro e cosa resta di quelle stesse piazze? Un vuoto che l’ordinanza deve arginare. A. mi dà perfettamente ragione, i punti di aggregazione non servono per nascondere il degrado, servono a renderlo marginale. A. fa una battuta «Siamo sporchi certo, ma non per questo siamo criminali». Essere punti di ritrovo per realtà che non si identificano nel decoro (da quello urbano a quello mondano) vuol dire raccogliere quegli elementi che vengono definiti pericolosi, ma è questa la vocazione e lavoro di un centro sociale cioè accogliere l’emarginazione sociale in ogni sua forma. Dove non arriva lo stato arriva la cittadinanza attiva. Per A. Bologna senza XM sarebbe più triste soprattutto perché si ridurrebbero i già pochi luoghi che portano avanti gli stessi ideali di questo posto. A. va a prendersi una birra, e alzandosi mi dice «Ci ritroveranno da qualche altra parte, non finisce qui». Ci salutiamo e vado ad assistere un poco all’assemblea in corso.

All’inizio di questa chiacchierata i miei dubbi erano molteplici, e sicuramente alcuni nodi in parte non sono stati sciolti. Rileggendo gli articoli e le dichiarazioni di questi ultimi anni si è mostrata chiaramente l’esperienza tormentata del rapporto con l’amministrazione. Da una progettualità da parte del Comune – che in passato aveva accettato un percorso di autogestione in via ufficiale – si è arrivati alla negazione dell’identità di quel posto ai meri scopi economici e politici. È proprio questo ciò di cui le persone che vivono XM parlano. Lo sgombero era inevitabile, ma la possibilità di un futuro è un atto di responsabilità civica e storica. XM deve poter portare avanti una storia che sì, deve essere infinita. Chiedono di continuare le loro attività compatibili con la realtà cittadina, di mantenere vivi gli spazi che attraversano nonostante il nulla avanzi.

XM non deve morire.

foto di Davide Blotta