AISHA (FU SILVIA), GIOVANNA, SIMONA, SIMONA, GRETA, VANESSA E LE ALTRE

QUANDO ESSERE DONNE È LA COLPA PIÙ GRANDE

Di Irene Moretti

 

Aisha Romano è tornata a casa e questa è una bellissima notizia. Anzi, la liberazione di Aisha è la notizia. La cattiva notizia è che a discapito di tutt* quell* che pontificavano su come saremmo stat* migliori dopo questa pandemia globale siamo gli e le stess* di prima: cattiv*, violent* e, soprattutto, misogin*.

L’ondata di mascolinità tossica e di violenza che si è scatenata nei confronti di una ragazza di 25 anni che, dopo un anno e sei mesi di prigionia tra Kenya e Somalia, ha potuto riabbracciare la sua famiglia, è uno specchio preoccupante dell’Italia. 

Non è la prima, difficilmente sarà l’ultima. E questo perché siamo un Paese che cova un grandissimo odio per le donne e che le odia soprattutto quando queste non rientrano nel canone di donna remissiva.

Prima di Aisha – che fu Silvia, ma ora è Aisha e dovrà essere lei, nel caso, a dirci di tornare a chiamarla Silvia – ce ne sono state tante: donne che nella loro vita hanno deciso e sono riuscite in qualche modo ad affermarsi. Prendiamo l’inviata Rai a Pechino Giovanna Botteri e il pesante body shaming attuato da Striscia la notizia.

L’estate scorsa, a catalizzare l’odio dei misogini è stata Carola Rackete, la capitana della Sea-Watch 3. Per gli italian*, popolo di santi, poeti e navigatori ma comunque tutti maschi, Rackete è stata uno choc. «Spero ti violentino, ‘sti negri», le urlarono sulla banchina, mentre veniva portata via. Qualche ora dopo, una foto rubata durante il riconoscimento venne esibita come un trofeo. E l’odio continuava a montare. Salvini la definiva «delinquente sbruffoncella», mentre Libero parlò di sfrontatezza perché non portava il reggiseno. 

Altre quattro ragazze sono state, prima di Aisha, vittime di sequestro in circostanze simili.. Nel 2004, a Baghdad, Simona Torretta e Simona Parri. «Oche giulive» fu il titolo che riservò loro Il Giornale. La loro colpa? Aver dichiarato di voler tornare a lavorare là ed essere sbarcate a Fiumicino indossando abiti troppo colorati. Non c’erano i social, ma un commento sulla rubrica Italians di Servegnini dell’epoca vale quanto cento tweet: «Non è che il milione di euro se lo sono intascate loro con qualche complice terrorista? Carriera di una Simona: dipendente del ministero della Difesa con D’Alema; pubblicista dell’Unità; 8 mila euro al mese per fare la volontaria e la «resistente». Un domani (già proposte ci sono state) deputata? Con questa catena che deve arrivare a tutti gli italiani chiediamo una colletta di 50 centesimi a testa da dare alla resistenza irachena perché si riprendano le due Simone, a patto che stavolta se le tengano anche». La catena girò, via sms e sui blog, e Paolo Attivissimo, noto debunker, cercò di sbufalarla già all’epoca. 

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, invece, furono rapite in Siria nel 2014 e diventarono  oggetto di meme misogini dopo la pubblicazione del video in cui, avvolte in una sorta di niqab, chiedevano aiuto al governo italiano. La loro colpa doppia: essere state troppo sorridenti e un po’ freak prima di essere rapite e le illazioni sui rapporti con i rapitori. Ad accendere la miccia fu Maurizio Gasparri, che twittò: «Sesso consenziente con guerriglieri? E noi paghiamo!». 

La misoginia e il sessismo da tastiera sono trasversali e colpiscono anche quelle donne che hanno in qualche modo rotto lo status quo dei rapporti di potere ai quali eravamo abituat*, Laura Boldrini in primis. Solo quattro anni fa, Salvini saliva su un palco esibendo una bambola gonfiabile all’urlo di «C’è la sosia della Boldrini». Senza dimenticare Matteo Camiciottoli, sindaco leghista di Pontinvrea condannato a risarcirla per averle augurato lo stupro. 


Abbiamo avuto Cécile Kyenge, colpevole in quanto donna e nera («Orango!» l’appellòCalderoli), e Maria Elena Boschi e Marianna Madia, al di là delle ideologie, ree di essere belle o di «Saperci fare col gelato». Erano ministre in carica, così come lo è Teresa Bellanova, ministra dell’Agricoltura, che per tante cose potrebbe essere criticata e contestata, ma non per il suo aspetto fisico o per un vestito troppo colorato. Michela Murgia è appellata ogni giorno in vari modi: «Scrofa. Palla di lardo. Cesso ambulante. Vacca. Peppa Pig». In questa lista dobbiamo includere Liliana Segre e gli insulti da lei ricevuti non hanno bisogno di molti altri commenti, lei rea di essere donna e di essere ebrea. E Greta Thumberg. E Giorgia Meloni, perché diciamolo, non è che perché rappresenti il volto istituzionale dei fascisti del terzo millennio qualcun* debba o possa sentirsi autorizzat* ad affibbiarle alcun tipo di epiteto sul suo aspetto. La lista potrebbe continuare all’infinito, includendo gli insulti che ogni giorno noi donne riceviamo nella vita reale. 

Che la misoginia sia un problema serio ce lo aveva detto anche Amnesty nemmeno un mese fa quando, nella nuova edizione de Il barometro dell’odio – Sessimo da tastiera, sottolineava che «Sui social le donne subiscono più attacchi rispetto agli uomini e un terzo di questi attacchi è sessista». 

Aisha (che fu Silvia), Giovanna, Simona, Simona, Greta, Vanessa, Carola, Laura, Cécile, Liliana e tutte le altre. Alcune colpevoli di essere andate ad «aiutarli a casa loro», di averci rimesso la libertà e, ciononostante, di essere tornate sorridenti, provate, ma sorridenti e pronte a giurare di voler tornare presto ad aiutare gli ultimi; hanno la colpa, come scritto da Gramellini il 22 novembre 2018, per poi affermare ieri di aver scritto un incipit infelice, di dare adito a chi, a ragione secondo il giornalista, «pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta». Le altre, invece, colpevoli di essersi ritagliate il loro posto in un mondo di maschi. 

La grande colpa comune però è una: sono donne. Ha scritto Flavia Perina su Linkiesta: «Non c’è niente da fare: l’uomo che si impegna in un’impresa pericolosa – che si arruoli nella Legione Straniera o coi curdi del Rojava – è un eroe; la donna che aderisce a una causa morale di qualunque tipo è una sventata, una scema, una poveretta inconsapevole e manipolata(…)». E non importa la sua passata militanza politica, ha centrato il punto con precisione millimetrica.

Se non siete convint*, provate a fare una piccola ricerca su quanti sono stati gli uomini, intesi come maschi, rapiti e rilasciati sotto corrispettivo di riscatto e cercate le polemiche annesse (spoiler: non ce ne sono). Se sotto sotto pensate che «se la sono cercata», se leggete l’inchiesta di Wired sul revenge porn e nessuna delle cose succitate o scritte fino a qui vi crea fastidio, senso di nausea o voglia di migliorare voi stessi, tranquilli, state solo dimostrando la nostra tesi: siete i soliti misogini di sempre.

 

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