Carmen Rupe nasce due volte. La prima il 10 ottobre 1936, in Nuova Zelanda, quando, con il nome di Trevor David, viene al mondo in una fattoria di pecore, tra sei fratelli e l’odore della terra. La seconda un po’ più avanti, in una stanza, quando la madre apre una porta e la trova vestita da bambina. Non la sgrida. La guarda, e la lascia essere.

Cresce spostandosi e trova il posto giusto per fiorire sul palco. Negli anni Cinquanta comincia a esibirsi come drag performer, prima artista māori a farlo in Australia. Da quel momento è donna, punto, in un’epoca in cui è considerato reato amare chi si vuole, essere chi si è. 

Negli anni lavora come infermiera, cameriera, ballerina, si dedica al sex work e viene arrestata più volte. Di quegli anni duri dirà, con la leggerezza di chi ha imparato a trasformare il dolore in forza, che l’hanno resa più forte.

Nel 1966 torna a Wellington e apre una serie di locali che diventano molto più che spazi di intrattenimento: sono rifugio, casa, comunità per chi altrove non ha posto. Carmen è così conosciuta e amata in città che non ha bisogno di cognome: per tutti è semplicemente “Carmen”.

Non ha paura di far sentire la propria voce, nemmeno di fronte al potere. Nel 1976 il primo ministro Robert Muldoon la convoca per aver insinuato l’omosessualità di alcuni parlamentari. Lei non si scompone, l’anno dopo si candida a sindaca di Wellington con lo slogan Get in Behind, proponendo matrimonio egualitario e bordelli legali, decenni prima che la sua Nuova Zelanda arrivasse davvero a riconoscerli.

Nel 1979 si trasferisce definitivamente a Sydney. Continua a salire sul palco, diventa un faro per la comunità trans australiana e si spende nella battaglia contro l’HIV/AIDS. Nel 2003 la Variety Hall of Fame la accoglie tra i suoi; nel 2008 guida con orgoglio il carro Decade of the Diva al Mardi Gras.

Muore a Sydney il 15 dicembre 2011, a 75 anni, lasciando una comunità intera un po’ più libera di come l’aveva trovata. Nel 2016 il suo ritratto entra nella National Portrait Gallery neozelandese, l’ultima conferma che il coraggio di essere sé stessə, quando ancora non era concesso, non si dimentica.

Illustrazione di Mirco Brizi