La maggior parte delle persone che frequento in città sono paesane. Non ce ne eravamo accorte all’inizio, davamo per scontato che ci fossimo aggregate per caso. Poi qualcuno ha unito i puntini come sulla scatola dei cereali e ha detto: sapete che quelli di città non li capisco e non li sopporto?
Per noi persone queer lo sbarco in città è stato – e giuro che non sto esagerando – quello che potrebbe averci salvatə. Sono tanti i modi in cui il paese può soffocarti per sempre – persino arrivare a farlo letteralmente. Diciamo così: se sei povero la possibilità è più alta.
Tutti i miei amici di città hanno case magnifiche, librerie enormi e mobili di un legno di cui non so nemmeno il nome. E quelle sedie, quelle col sedile di ciniglia ricamato, avete presente?
Da adolescente io passavo le notti sul pavimento del bagno, perché eravamo in cinque, la casa dei miei è di novanta metri, e io non avevo spazio per vivere la mia intimità, che spesso si traduceva nella mia vergogna. I miei erano bravi a non farmi notare che eravamo poveri, o forse lo erano anche i miei compagni e io non me ne accorgevo. In ogni caso il paese offriva almeno una cosa: il sogno di scappare.
Ogni cosa in paese assume senso in relazione a questo, al fatto che tanto puoi andartene, che di sicuro c’è un posto dove le cose sono meglio, dove puoi farti la cresta anche se sei femmina e farti dare del lui, anche se sei femmina, e a loro non sembra strano. C’è una città dove puoi andare a studiare quello che vuoi e là nessuno ti obbliga a fare il lavoro di tuo papà, non devi lavorare in macelleria o al benzinaio. Se sei queer e adolescente sai già che quel posto per te è solo temporaneo, che sei solo di passaggio.
Da lesbica butch già a quattordici anni avevo accumulato una certa quantità di sguardi di disgusto, che solitamente iniziano intorno ai dodici se vogliamo fare una media, ma dipende dai casi. Io indossavo cravatte già alle elementari, quindi la discriminazione nei miei confronti è stata precoce. Parte dalle stesse persone che ti hanno cresciuto, poi insegnanti e altrə adultə che avrebbero il compito di rassicurarti. Insomma, ci metti davvero poco a vederti come un reietto.
E succede che se ti convinci di essere un reietto ti dici anche che devi saperci vivere con gli altri reietti, perché fai parte di loro. Infatti, loro, i reietti adulti, ti accettano, magari ti giudicano, ma non ti evitano, non li disgusti.

A casa mia, in paese, il riposino del dopo pranzo è sacro. È “l’ora del silenzio”, ci si riposa e non si fiata. Odiavo l’ora del silenzio: casa mia era troppo piccola e io potevo al massimo stare seduta su una sedia in cucina, in silenzio, ad aspettare che i miei si alzassero, e dopo quel momento avrei potuto fare rumore ma avrei avuto meno spazio. Già alle 15:00 di ogni pomeriggio potevi trovarmi al parco. Mia nonna mi urlava di non andare a quell’ora, che è quello il momento in cui ci stanno i drogati. Chi, nonna? I miei amici?
Beh, sì, i miei amici del parco non erano proprio persone sicure. Uomini adulti, precedenti penali, uso di sostanze, tatuaggi dall’estetica discutibile, acconciature dall’estetica discutibile, senso della morale… discutibile, anche quello. Ma se volevo stare lì dovevo farmi accettare da loro, che dico, dovevo avere la loro stima.
Step 1: il machismo. Sei una donna, sei lesbica, basta un attimo e ti mettono nel mirino, ti fanno quelle battute su quanto ti manca il cazzo e tu non puoi permetterlo. Se ti fanno paura è la fine, loro lo capiscono e si divertono. Devi dominarli, lo so, non vuoi, non sei d’accordo, ma devi farlo. Allora curi la postura, usi qualche parolaccia ma senza esagerare. Dicono una cazzata? E tu glielo dici. Gli fai vedere che non hai paura di farli sembrare stupidi. Se dici al tizio che ha sparato una cazzata e lo fai per la cazzata giusta, ti giuro, hai vinto.
Step 2: la cultura. Impara tutto su: erba, hashish, case automobilistiche, componenti di armi, razze di cani, tipi di tabacco, città siciliane, guidabilità nelle città siciliane, alberi da frutto, sesso eterosessuale, mafia, schedine, scarpe e tute da ginnastica, biciclette e tette.
Step 3: loro devono dimenticare che hai una vagina. Devono proprio rimuoverlo dalla loro enciclopedia, niente mai in nessun caso deve farglielo venire in mente. Effettua magheggi, ipnosi, manipolazioni, quello che preferisci, ma ricorda: sanno e ricorderanno che non hai un cazzo, questo non può cambiare, non provare a cambiarlo.
Step 4: la lotta a chi ce l’ha più grosso. Come dicevamo, tu non ce l’hai ma la lotta vale lo stesso, solo se figurata. Insomma, il loro pene non deve mai essere in competizione con te. Lo deve essere la tua competenza. Fa’ come se la lotta non t’importasse ma partecipa.
A sedici anni padroneggiavo queste skill con molta destrezza. Avevo un amico al parco, si chiamava Tore il cirasaro. Un reietto anche lui, quasi quarantenne, spacciatore; lo chiamavano il cirasaro perché d’estate rubava le ciliegie dalle campagne degli altri e le andava a rivendere al mercato. Tore ne sapeva di ciliegie. Era alto almeno due metri, con braccia lunghissime e mani che sembravano le palette dei remi di una canoa. Girava sempre su una bici a cui era molto affezionato, la Graziella.
Era questa una delle persone con cui passavo i miei pomeriggi a sedici anni; forse, se avessi avuto una stanza, li avrei passati sui testi di Nietzsche, sui romanzi di Douglas Adams, forse avrei capito di essere queer leggendo per sbaglio qualche saggio di Monique Wittig. Ma io credevo che il mio destino fosse lì, al parco, dato che nessuno mi voleva da nessuna parte, dato che quando entravo in classe la prof mi guardava con disgusto e mio padre mi diceva che la gente in paese sapeva che ero sua figlia e lui se ne vergognava gravemente.

Una mattina ero lì al parco, avevo marinato la scuola insieme ad altri miei compagni, tutti maschi. Il cirasaro era arrabbiato perché il giorno prima mi ero seduta su una panchina diversa dalla solita, la nostra, quella dei reietti. Era offeso perché secondo lui lo avevo fatto perché ero con delle amiche e mi vergognavo di lui. Purtroppo, aveva ragione.
Quindi, quella mattina io stavo sulla solita panchina, insieme ai miei compagni maschi. Lui mi ronzava attorno con la Graziella guardandomi storto. A un certo punto si è fermato, è sceso, ha messo il cavalletto alla sua ragazza. Si è avvicinato, mi ha guardato dall’alto (e come se no, ci differenziavano almeno cinquanta centimetri di altezza), ha gonfiato un po’ le braccia, quella roba che fai quando apri pochissimo le ascelle, per far sembrare le spalle più larghe, e le braccia tese pronte all’azione. Cavolo, ho dimenticato di metterla come lezione negli step.
Quindi lui fa ’sta cosa e mi dice: “ta nn’a ghieri ri ca. Ca nan ci pui stari”[Te ne devi andare, qua non ci puoi stare.]. Voleva cacciarmi. “Io nan mi nni vaiu, mi sittu onni reco ieu”[ Io non me ne vado, mi siedo dove voglio.], gli avevo risposto, allargando le braccia anche io e sollevando la testa il più possibile per avvicinarla alla sua brutta faccia picassiana.
Allora lui mi ha tirato un ceffone con quella specie di pala per pizzaioli, che io ricordo ancora ora. I miei compagni hanno iniziato a tremare, credo che uno stesse per piangere. Tesoro, avrei voluto dirgli, tu finora hai fatto la lotta a chi ce l’ha più grosso per far credere che tu ce l’abbia più grosso; a me è servito per sopravvivere, è chiaro che sono più allenata di te.
Allora io – dopo che la mia testa ha subito un certo spostamento – la rimetto dritta e riguardo negli occhi Tore: “non me ne vado, mi puoi anche gonfiare”. Lui, infuriato, torna sulla Graziella e sfreccia via.
Tore, anche tu, hai idea di cosa ho dovuto fare per avere uno spazio, tenermelo e attraversarlo senza terrore? Tutto questo è più forte di un ceffone. Tornò pochissimi minuti dopo, aveva la voce rotta e si scusava perché aveva realizzato solo dopo di aver picchiato una ragazza. Che tragedia.
Gli ho detto che non lo perdonavo, che prima mi doveva passare l’offesa e poi forse ci avrei pensato su. Ero sfuggita alla sottomissione, quindi poteva di nuovo dimenticarsi della mia vagina, per fortuna.
All’epoca non lo sapevo ancora, ma quello spazio che difendevo con i denti non era casa: era solo il posto da cui sarei partita.
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