5 segnali che mostrano quanto la battaglia contro il bullismo stia fallendo

di Irene Pasini

Se dovessimo elencare alcune delle battaglie sociali con più visibilità su media e dibattiti politici, sicuramente tra le prime da nominare ci sarebbe il bullismo. Sono diversi infatti gli approcci educativi e non, messi in atto sia dal punto di vista legislativo che da quello puramente di ricerca sul tema. In Italia il problema del bullismo sta diventando sempre più una consapevolezza condivisa, seppur spesso sminuita, o ancora non gestita nel migliore dei modi.

Sfortunatamente però, ci sono alcuni segnali che, nonostante la battaglia globale nei confronti di questa piaga sociale, indicano un terribile peggioramento e di conseguenza il palese fallimento della lotta al bullismo.

Ne vogliamo riportare in particolare modo 5:

1. Numeri e percentuali: secondo la ricerca Istat Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi, nel nostro paese, un ragazzo o una ragazza su 2, tra gli 11 e i 17 anni, ha subito episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Nella relazione di luglio 2017 della Commissione Parlamentare Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio è stato messo in luce come il 40,3% delle persone LGBT+ affermi di essere stato discriminato nel corso della vita e di come più della metà di questi atti avvengano per l’appunto a scuola. Il tutto incredibilmente in aumento: il Centro multidisciplinare sul disagio adolescenziale della Casa pediatrica Fatebenefratelli a Milano segnala infatti un incremento dell’8% nel 2017 rispetto al 2016.

2. La politica vincente: che la crisi sia globale lo evidenziano anche i modelli della politica vincente, da Trump a Salvini. Uomini forti, con un nemico debole da ridicolizzare e tartassare ogni giorno, e, soprattutto, con un grande pubblico di osservatori, complici e tifosi. È una vera e propria politica del bullismo, fatta di prese in giro da 5° elementare e dispetti sempre più gravi (credo che ognuno di noi ricordi molto bene l’imitazione imbarazzante del presidente americano nei confronti di una reporter con disabilità). Da qui al ragazzino di Bari che, uscito da scuola, incrociando un gruppo di ragazzi poco più grandi, si sente apostrofare per strada “ti facciamo diventare bianco” per poi venire aggredito con una bomboletta spray, il passo è talmente breve da essere già stato superato da un pezzo.

3. Il bullismo da social: dal panorama di questo rigoglioso movimento politico e televisivo, celebrativo di soprusi e derisione, non può che conseguire l’imitazione, il gioco della violenza da riprendere e mostrare. Click e visualizzazioni facili da raggiungere. Cyberbullismo che dilaga, video di ragazzini e ragazzine prepotenti che, inneggiati dalla classe, giocano alla rivolta nei confronti della figura, ormai depotenziata da anni, dell’insegnante. Secondo una ricerca dell’Università Cattolica, nel 2017 un ragazzo su tre dice di aver letto insulti e messaggi d’odio su internet, e il 13% (il doppio rispetto ai coetanei del 2010) afferma di aver ricevuto offese online.

4. False vittime: Si gioca poi a invertire i ruoli, a confonderli, a scusarsi con i bulli e a dare la colpa alle vittime. Dinamica perfettamente descritta, per esempio, nel telefilm Tredici, nella seconda stagione dedicata al processo. Passare dal “blame the victim” al pietismo nei confronti dei potenti criticati e, perché no, vittime di satira feroce è un attimo: ed è così anche che una Melania Trump può arrivare a pronunciare la frase “potrei dire di essere la persona più bullizzata del mondo”. No, Melania, non lo sei. La tua posizione è privilegiata e potente. In compenso potresti dire di essere sposata con il più grande bullo del mondo, questo sì.

5. La cultura televisiva: Per quanto sia indiscutibilmente vero che i reality abbiano da sempre mostrato un modello di violenza e umiliazione, non si può certo negare che il gusto nei confronti di figure televisive da deridere e distruggere, il più possibile in maniera corale, sia aumentato e fortemente stimolato. Basti pensare alla recente edizione del Grande Fratello, nella quale pubblico da casa e inquilini sono stati complici soddisfatti dell’esclusione, dell’isolamento e del mettersi in ridicolo di Aìda Nìzar. Simile il caso dell’austrialiana decima edizione di The Bachelor, nella quale il comportamento violento e la modalità di dare nomignoli senza pietà alle altre concorrenti regalarono a due di loro il celebrativo soprannome “mean girls”.

Perché poi il problema della cultura televisiva e della politica di questo periodo è anche questo: da una parte crea l’occasione, fomenta l’aggressività, celebra il fascino della cattiveria, e dall’altra sgrida davanti al grande pubblico, con un giochino complice e ammiccante. Campando poi di nuovo dello share degli amanti dell’umiliazione e della tifoseria da stadio. Il bullismo 3.0 è quello che dai banchi di scuola scende nelle piazze, che dallo spettacolo arriva alla politica; e l’unica strada per sconfiggerlo ormai è quella di tornare alle origini e ripartire da quei banchi e da quelle lavagne, sperando in una nuova generazione libera da modelli assordanti.

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