La visibilità trans fa paura. Il clima politico e culturale attuale è sempre più influenzato da un discorso peculiare, ovvero che la visibilità delle questioni trans e non binarie nelle narrative contemporanee stia proliferando così tanto da costituire una nuova norma che schiaccia la libertà delle persone di esprimersi come desiderano, di essere sé stesse. In questa fantasia, le persone perdono la propria spontaneità e si ritrovano in un mondo in cui non si può più dire e fare nulla, neppure una battuta (sulle persone trans), neppure distinguere un genere dall’altro (soprattutto in anticipo). In questa fantasia, le persone soffrono la grave perdita del privilegio cis-genere: vivere come se il binario sesso/genere fosse naturale. 

Che dire, una perdita è dolorosa, anche quando è solo una fantasia.

Che la perdita del privilegio cis-genere sia solo una fantasia ve lo dice uno che, pur essendo out and about, esperisce il cis-passing. Se non dico esplicitamente di essere un uomo trans, vengo percepito come uomo cis, ovvero si dà per scontato che io lo sia. Per la maggior parte delle persone cis non esistono altri corpi al di fuori dei loro, e in una società patriarcale come la nostra, la cis-normatività è ancora salda – seppur cangiante – e continua a costringere, e insieme costruire, le nostre vite e le nostre lotte. Nel rendere i corpi leggibili solo attraverso due categorie di genere culturalmente costruite e apparentemente ben definite (uomo/donna), questa norma segna il discrimine tra chi deve preoccuparsi e chi non deve preoccuparsi. 

In questo senso, per me il cis-passing è la pausa sigaretta da un lavoro trans-formativo, e allo stesso tempo una fonte inesauribile di rabbia: mi preoccupo di meno e rimugino sulle mie contraddizioni, sui meccanismi valoriali del cis-capitalismo che rendono quel momento confortevole, sul privilegio di questa invisibilità. Il funzionamento della norma è trasparente per chi la incarna, iper-visibile per chi la resiste. 

Le persone trans si preoccupano sempre. Quando non sono riconosciute, quando sono riconosciute. Quando non sono riconoscibili, quando sono riconoscibili.
L’invisibilità a volte è un desiderio di vivibilità. Nel romanzo Le cattive Camilla Sosa Villada ci suggerisce che vivere una vita trans equivale a cercare di dominare la difficile arte della trasparenza e dell’abbagliare: 

[…] eravamo tutte abituate a camminare svelte, quasi al limite del trotto. La velocità era dettata dal nostro desiderio di essere trasparenti. Ogni volta che la nostra umanità si faceva solida, sia gli uomini che le donne che i bambini, i vecchi e gli adolescenti ci gridavano che no, non eravamo trasparenti: eravamo trans, eravamo tutto ciò che in loro risvegliava l’insulto, il rifiuto. Così, con maggiore o minore dimestichezza, tentavamo di rifugiarci nella trasparenza. Il trionfo consisteva nel tornare a casa essendo invisibili, senza subire aggressioni.

Come denunciano le personagge cattive di Villada, spesso per le persone trans la trasparenza, l’invisibilità, il silenzio visivo rappresentano una piccola felicità quotidiana. Un momento di riposo. Dirlo rende le nostre voci meno politiche? Oppure svela le pressioni crescenti che il neoliberalismo occidentale esercita sul nostro modo di pensare alla politica?
La visibilità a volte è una promessa, di riconoscimento, di autenticità. Spesso si parla di visibilità trans come pratica politica collettiva che si propone di contrastare e superare le narrazioni vittimizzanti sulle esperienze trans. Prendere parola nei media, celebrare i talenti delle persone trans, offrire una narrazione positiva, può contribuire a combattere gli stereotipi e a moltiplicare le narrazioni. Ma c’è qualcosa che non torna. Se si baratta la vittimizzazione con la trans-positività, resta spazio per il conflitto, la rabbia, l’analisi delle strutture di potere che insieme alla cis-normatività riproducono ulteriori meccanismi di inclusione ed esclusione? 

Pensare alla visibilità come un pilastro fondamentale e in sé sufficiente alla liberazione di tuttə porta con sé il rischio che alla violenza istituzionale cis-normativa poi potremo rispondere solo con un innocente «Non preoccupatevi, noi non siamo le cattive, noi siamo le orgogliose, le spensierate, le grate».

L’in-visibilità è anche uno strumento di scrutinio, di riflessione. Incarnare un’esperienza trans non implica necessariamente vivere una vita fatta di visibilità politica, così come vivere una vita trans fatta di politica non significa spiegare costantemente la misura in cui il nostro corpo sfida il sistema binario sesso/genere. Moltə di noi hanno già molto da fare nei momenti più banali delle proprie giornate, fare la spesa, usare un bagno pubblico, affrontare una visita medica, tenersi un affitto. Eppure, quando il corpo trans diventa la nostra vita, negoziare la sua indicibilità può assumere un significato politico trasversale e far emergere in noi alcune tensioni etiche: posso o non posso dire? Devo o non devo dire? E perché? Quali conseguenze avrà questa scelta? Che posizione occupo in questa storia? Questa storia in fondo è davvero mia? Che effetti avrà sulla lotta contro la cis-normatività e sulla mia vita materiale ed emotiva?
Ascoltare e approfondire queste tensioni può aiutarci a riconoscere la necessità di un cambiamento sia nel nostro modo di pensare alla nostra posizione nel mondo, sia – perché no? – al nostro modo di pensare all’oscillazione tra il visibile e l’invisibile come pratica politica, individuale e collettiva.

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